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Indagine sull'inversione di tendenza dell'immagine fotografica da presentazione a rappresentazione del sé

Informazioni tesi

  Autore: Maria Vittoria Mancini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Nuove Tecnologie dell'Arte
  Corso: Nuove Tecnologie dell'Arte
  Relatore: Roberto Rosso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 60

La tesi verte sul tema dell’immagine fotografica prima come pura presentazione e poi come rappresentazione del sé e conseguentemente della realtà. Il successo che ha avuto la macchina fotografica nell’abbellire il mondo è stato tale che ora sono le fotografie, e non il mondo, il modello di bellezza. Impariamo anche a vedere noi stessi fotograficamente; tutti oggi vogliono un’immagine idealizzata: una fotografia nella quale appaiano al meglio di sé e si sentono a disagio quando la macchina non risponde con un’immagine più attraente, o quantomeno simile, a quanto essi ritengano di essere attraenti nella realtà. Così, uno dei perenni “successi” della fotografia è stato quello di trasformare le cose in esseri viventi e gli esseri viventi in cose. Per effettuare questa indagine, è necessario partire dalle radici dell’immagine, dal suo passaggio da immagine pittorica a fotografica, per poi analizzare i mutamenti subiti dall’immagine stessa in tutti i suoi aspetti: immagine di sé, del mondo reale e l’effetto che essi hanno avuto sulla società. Se in un primo momento il mondo dell’arte attribuisce alla pittura la funzione di riproduzione della realtà, vede in seguito la fotografia, in quanto tecnica più prossima alla riproduzione del reale, investita di questa pesante responsabilità. Il desiderio e la conseguente lotta della fotografia per liberarsi da questo vincolo ha radici ben più antiche di quanto si possa credere, che precedono la falsa rivoluzione del digitale, la quale ha semplicemente concretizzato un desiderio di rivalsa dell’autore-fotografo che ha potuto finalmente dimostrare la sua centralità nella riuscita di una buona fotografia, ribellandosi alla credenza dell’atto fotografico inteso come mero meccanismo, che non necessita dunque di alcun intervento da parte dell’autore. Non si può negare però che la digitalizzazione e la diffusione di apparecchi fotografici sempre più facili da utilizzare e alla portata di tutti, abbia dato vita ad un susseguirsi di scoperte e tecniche sempre nuove, le quali però, mosse dal desiderio di riscatto dell’uomo-autore hanno messo in piedi un vero e proprio circo della fotografia, e una conseguente perdita del senso generale di ciò che è possibile considerare arte e ciò che ne è invece ben lontano. Sembra chiaro che il desiderio di fondo sia appunto un desiderio di riappropriazione, da parte del fotografo ma soprattutto dell’uomo, come individuo sociale, della propria immagine e dell’immagine del mondo. Entrambi sembrano trarre sollievo attraverso fotografia che permette di porre un divario tra loro e il mondo, il quale appare prevalentemente incerto e pieno di pericoli, creando una sorta di patina attraverso la quale l’uomo, naufrago in un mondo che sta andando alla deriva, sembrerebbe acquistare sicurezza e sentirsi finalmente padrone di sé e della sua immagine. Attraverso un’attenta analisi dei processi che rendono possibile questo fenomeno sono apparse patologie sociali come lo sdoppiamento e/o non accettazione dell’immagine di sé, e la conseguente pluralità dell’individuo sulle diverse piattaforme sociali.
Il dualismo sociale dell’individuo è quindi destinato a diventare un annullamento dell’individuo stesso, a favore della sopravvivenza della sua unica immagine sociale, vedendo sopperire la persona in favore della sua immagine idealizzata?

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