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Stages ultima frontiera del precariato

Informazioni tesi

  Autore: Paola Sartori
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Del Governo e Politiche Pubbliche
  Relatore: Giuseppe  Gangemi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

Il 1997 segna un'importante tappa nell'evoluzione dell'approccio europeo all'occupazione, poiché il Consiglio dell'Unione Europea adotta il trattato di Amsterdam, che introduce nel Trattato Istitutivo della Comunità Europea, il titolo ottavo sull'occupazione. A novembre dello stesso anno, il vertice sull'occupazione di Lussemburgo, avvia la Strategia Europea per l'Occupazione che si pone l'obiettivo di “un elevato livello di occupazione” diventato “questione di interesse Comune”.

Si assiste ad una svolta nelle strategie occupazionali degli stati membri, poiché i tradizionali sistemi di protezione sociale, sono sostituiti dalle “politiche attive per il lavoro”, volte a prevenire il rischio di disoccupazione. Tale nuovo approccio si sviluppa anche attraverso nuovi strumenti formativi che permettono ai giovani di usufruire di esperienze lavorative in azienda, senza l'instaurazione di veri e propri contratti di lavoro subordinato. Si tratta dei tirocini/stages formativi e di orientamento, che avrebbero dovuto consentire ai giovani d'inserirsi nel mercato del lavoro, superando i lunghi tassi di tempo nei quali i diplomati e i laureati rimangono disoccupati e in cerca di prima occupazione.

In Italia gli stages decollano grazie alla Legge 196 del 1997. Il loro scopo originario è quello di formare “on the job”, si tratta di una formazione di tipo pratico, che si traduce in un'attività lavorativa, la quale si presta ad essere indebitamente utilizzata, quando l'ente ospitante/datore di lavoro elude l'obbligo di natura formativa a favore della produzione aziendale. Questo accade, poiché nel tempo il ricorso agli stages è stato fortemente incoraggiato e incentivato da una normativa lacunosa che non riconosce al tirocinio il rapporto giuridico di lavoro, esentando in tal modo la “datorialità” e lo Stato, da quelle responsabilità che sarebbero altrimenti loro in capo. La normativa vigente non prevede, a favore del tirocinante, alcun compenso, nessun rimborso spese, niente ferie, né tutele previdenziali. Si tratta di quella protezione sociale, che invece lo Stato mette in atto per i tramite dell'INPS, a favore dei lavoratori, al fine di assicurarne la sussistenza e l'assistenza in caso di malattie, di disoccupazione o di vecchiaia e che consente il sostegno economico al lavoratore/lavoratrice in situazione di vulnerabilità. Il mondo della politica e quello dell'impresa hanno assunto lo stage come simbolo del nuovo modello formativo dominante, incentrato sul raccordo tra istruzione/formazione e inserimento lavorativo. Sullo stage spesso si propongono e si realizzano progetti di respiro nazionale e internazionale, tanto che nell'arco di un decennio, i tirocini sono passati da poche migliaia a centinaia di migliaia. Purtroppo l'originario intento formativo si è perso a favore dello sfruttamento, che avviene sotto gli occhi degli enti promotori, delegati dalla normativa alla vigilanza sul regolare svolgimento delle attività di tirocinio.

Accade anche che gli stages sostituiscano i veri lavori, dal momento che in molte aziende ed enti è nato il posto fisso dello stagista, del ragazzo che ogni 3/6 mesi cambia; gli stagisti si usano per la sostituzione di personale in ferie, maternità anche nel caso di lavoratori in sciopero.

Tutto ciò aggrava la già drammatica situazione della gioventù italiana, caratterizzata da un'elevata disoccupazione che gli ultimi dati ISTAT rilevano al di sopra del 30% (il triplo di quella complessiva); alla disoccupazione si deve poi sommare il fenomeno dei cosiddetti "Neet", di quei ragazzi tra i 15 e 29 anni, che scoraggiati non cercano più lavoro che sono il 23,4 %, a seguire gli inoccupati; tenuto conto altresì di almeno mezzo milione di stagisti e praticanti, di quei ragazzi che, presso enti, studi professionali o aziende lavorano gratuitamente o quasi, al di fuori delle tutele previdenziali, con la vana speranza di ottenere un impiego, foss'anche nelle sue forme più precarie. Alla mancanza di lavoro, si accompagnano la sottoccupazione, la precarietà, la riduzione della quantità e la continuità degli stipendi.

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5 INT RODUZ IONE Il 1997 segna un’importante tappa nell' evoluzione dell' approccio europeo all' occupazione, poiché il Consiglio dell’Unione E uropea adotta il trattato di A msterdam, che introduce nel T rattato Istitutivo della Comunità E uropea, il titolo ottavo sull' occupazione. A novembre dello stesso anno, il vertice sull' occupazione di Lussemburgo, avvia la S trategia E uropea per l' Occupazione che si pone l’obiettivo di “ un elevato livello di occupazione ” diventato “ questione di interesse Comune ”. S i assiste ad una svolta nelle strategie occupazionali degli stati membri, poiché i tradizionali sistemi di protezione sociale, sono sostituiti dalle “ politiche attive per il lavoro ”, volte a prevenire il rischio di disoccupazione. T ale nuovo approccio si sviluppa anche attraverso nuovi strumenti formativi che permettono ai giovani di usufruire di esperienze lavorative in azienda, senza l’instaurazione di veri e propri contratti di lavoro subordinato. S i tratta dei tirocini/stages formativi e di orientamento, che avrebbero dovuto consentire ai giovani d’inserirsi nel mercato del lavoro, superando i lunghi tassi di tempo nei quali i diplomati e i laureati rimangono disoccupati e in cerca di prima occupazione. In Italia gli stages decollano grazie alla Legge 196 del 1997. Il loro scopo originario è quello di formare “ on the job ”, si tratta di una formazione di tipo pratico, che si traduce in un’attività lavorativa, la quale si presta ad essere indebitamente utilizzata, quando l’ente ospitante/datore di lavoro elude l’obbligo di natura formativa a favore della produzione aziendale. Questo accade, poiché nel tempo il ricorso agli stages è stato fortemente incoraggiato e incentivato da una normativa lacunosa che non riconosce al tirocinio il rapporto giuridico di lavoro, esentando in tal modo la “ datorialità ” e lo S tato, da quelle responsabilità che sarebbero altrimenti loro in capo. Infatti, per legge, al tirocinante non è dovuto alcun compenso, nessun rimborso spese, niente ferie, né tutele previdenziali, cioè quegli interventi messi in atto dallo S tato per i tramite dell’INP S , a favore dei lavoratori, al fine di assicurarne i mezzi di vita e l' assistenza in caso di malattie, di disoccupazione o di vecchiaia e che

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