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L'esecuzione della pena di morte in relazione al divieto di tortura: una punizione disumana?

La pena di morte è una pratica millenaria, inflitta fin dall’antichità. Ad oggi presso la comunità internazionale è sempre più pressante una riconsiderazione della sua liceità: in seno alle Nazioni Unite sono state elaborate risoluzioni volte a limitare l’uso di tale pratica, sono stati redatti Protocolli abolizionisti ampiamente ratificati ed è evidente il trend abolizionista che mostra la progressiva diminuzione degli Stati mantenitori della pena di morte.
I profili di criticità legati alla pena capitale sono numerosi, ma probabilmente il più rilevante per gravità concerne l’eventualità che questa pratica violi l’assoluto divieto di tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Il presente lavoro si propone di approfondire questa relazione, messa in luce in modo esaustivo nel 2012 dallo Special Rapporteur per la tortura Juan E. Méndez, nell’‘Interim Report of the Special Rapporteur on Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment’.
E’ inevitabile che i fattori inerenti alla pena capitale più suscettibili nell’incorrere in una violazione del divieto di tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti sono legati all’esecuzione della stessa ed emergono in particolar modo nel corso della detenzione nel braccio della morte e, successivamente, al momento dell’esecuzione.
Il presente lavoro dedica dapprima due capitoli rispettivamente alla pena di morte e al divieto di tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti.
Nel primo capitolo consideriamo principalmente come la pena capitale è stata disciplinata nei documenti e trattati internazionali e quali sono i limiti che essa deve rispettare per essere legittimamente inflitta. Nel secondo capitolo approfondiamo gli elementi caratterizzanti dei concetti di tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti, secondo come sono stati disciplinati all’interno della Convenzione contro la tortura del 1984.
Il terzo capitolo è dedicato ad uno dei fattori critici legati alla pena capitale: il death row phenomenon, caratterizzato dalla combinazione di circostanze cui sono sottoposti i detenuti nel braccio della morte. Dopo aver descritto ciascuna circostanza, dedichiamo ampio spazio alla giurisprudenza che si è occupata del fenomeno in questione. Dall’esame della giurisprudenza nazionale ed internazionale emergerà principalmente un approccio incompleto e in certi casi ostile al riconoscimento del death row phenomenon.
Nel quarto capitolo prendiamo in esame i principali metodi di esecuzione, facendo emergere le criticità inerenti a ciascuno di essi, in particolare legate alla sofferenza dei condannati al momento dell’esecuzione. Viene riscontrata quindi l’impossibilità che alcun metodo di esecuzione provochi la morte del condannato sottoponendolo al “minor grado di sofferenza possibile”, come richiesto dagli standard internazionali. Anche in questo capitolo viene dedicato spazio alla giurisprudenza domestica e internazionale avente come oggetto la contestazione dei metodi di esecuzione.
Infine vengono delineate le conclusioni, in cui si portano a raccolta le criticità emerse in relazione alla pena capitale. La mancata uniformità di visione da parte delle Corti per quanto concerne il death row phenomenon e una giurisprudenza incompleta sia per il death row phenomenon che per i metodi di esecuzione, fanno sì che al momento non possa essere delineato un quadro esauriente sulla presunta relazione che intercorre tra la pena di morte e il divieto assoluto di tortura e dei trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Inoltre, considerando la pratica degli Stati e l’opinio iuris degli stessi, non è possibile affermare che siamo vicini alla formazione di una norma consuetudinaria di diritto internazionale che proibisca la pena di morte in tutte le circostanze.

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11 Introduzione Uno dei giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America piø influenti del XX secolo, 1 William J. Brennan, nell’ambito del caso Gregg v. Georgia (1976) 2 che ebbe l’effetto di reintrodurre la pena capitale quattro anni dopo la sospensione della stessa, nella sua opinione dissenziente affermò quanto segue: “The law has progressed to the point where we should declare that the punishment of death, like punishments on the rack, the screw, and the wheel, is no longer morally tolerable in our civilized society. My opinion in Furman v. Georgia concluded that our civilization and the law had progressed to this point, and that, therefore, the punishment of death, for whatever crime and under all circumstances, is "cruel and unusual" in violation of the Eighth and Fourteenth Amendments of the Constitution.” 3 Brennan era convinto che la clausola dell’ottavo emendamento alla Costituzione statunitense che proibisce i trattamenti crudeli ed inusuali dovesse essere interpretata in chiave progressista, in virtø degli “evolving standards of decency” che si sviluppano nella società. Secondo quanto affermato dal giudice, la pena di morte non era piø una pratica tollerabile da una società civilizzata, in quanto costituiva di fatto un diniego dell’umanità del condannato e risultava quindi in un trattamento crudele ed inusuale. 4 Questa opinione dissenziente riflette una problematica che risultava attuale nella seconda metà del Novecento allo stesso modo in cui lo è oggi: è ancora legittimo, alla luce degli standard internazionali sui diritti umani odierni, privare legalmente una persona della propria vita? E ancora: la pena capitale viola di fatto l’assoluto divieto di tortura e di altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti? Mettere in discussione la pena di morte significa porre in dubbio una pratica millenaria, ampiamente comminata dall’epoca preistorica in avanti, in tempi di pace e di guerra. Ancora oggi la pena capitale è prevista in 57 Stati, sebbene esista un trend che mostra come negli ultimi decenni il numero degli Stati mantenitori sia diminuito in maniera consistente. 5 Ciò che concerne la regolamentazione della pena capitale ha sempre costituito una questione delicata. Infatti gli organismi internazionali, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, si mostrarono cauti nel disciplinarla all’interno dei documenti e trattati internazionali. Come 1 Il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, pur dissentendo spesso dalle opinioni di Brennan, si espresse nei confronti di quest’ultimo con i seguenti termini: "He is probably the most influential justice of the century". http://www.washingtonpost.com/wp-srv/national/longterm/supcourt/brennan/brennan1.htm. 2 U.S. Supreme Court, ‘Gregg v. Georgia’, 428 U.S. 153 (1976). 3 U.S. Supreme Court, ‘Gregg v. Georgia’, 428 U.S. 153 (1976), (MR. JUSTICE BRENNAN, dissenting). 4 Ivi, para. 290. 5 Si rimanda all’analisi compiuta nel primo capitolo.

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Angela Sallustio Contatta »

Composta da 147 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.