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Neurosociologia. Un nuovo approccio allo studio della società a confronto con i paradigmi sociologici

Informazioni tesi

  Autore: Joel Osea Baldo Gentile
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Sociologia
  Relatore: Vincenzo Carbone
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 60

Perché neurosociologia? Cosa intende studiare tale disciplina? Quali sono le differenze (se ce ne sono) con la sociobiologia, con le neuroscienze sociali, o con la sociofisiologia?
L'iter della presente tesi muoverà i suoi passi a partire dalla definizione di neurosociologia cercando di giustificarne i termini a confronto con alcuni dei concetti classici della sociologia. Sarà quindi passo obbligato ripercorrerne la (seppur breve) storia e gli autori che l'hanno definita e circoscritta dalla sua nascita Poi mi muoverò ancor più all'interno verso le radici neurosociologiche, cercando di capire se e perché il cervello possa essere definito “sociale”. In questa sezione, al contrario della prima, non ho potuto individuare studiosi di formazione prettamente sociologica non più di quanto rilevato parlando degli interpreti della neurosociologia, dunque il contributo alla scoperta del “cervello sociale” arriverà soprattutto da neuroscienziati. Proseguirò con un breve quanto dovuto cenno alla scoperta dei neuroni specchio, merito dell'equipe parmigiana capitanata da Giacomo Rizzolatti. Tale scoperta segna una svolta nel panorama delle neuroscienze, mentre, a detta dello stesso Rizzolatti, dovrebbero essere i sociologi ad individuare possibili applicazioni delle conoscenze sui neuroni specchio, soprattutto per quanto concerne l'empatia. Seguirà una breve descrizione delle principali tecnologie di brain imaging utili all'indagine neuroscientifica e che, in un immediato futuro, potrebbero essere utilizzate anche a beneficio della sociologia. Il primo capitolo terminerà illustrando la situazione della neurosociologia italiana; chi si impegna alla sua trasmissione e chi cerca di fare indagine con la metodologia che le è propria.
Obiettivo del secondo capitolo sarà la delimitazione degli ambiti della neurosociologia e il tentativo di capire la sua natura epistemologica. Pertanto, sarà messa a confronto con le tre macroaree che le stanno accanto in un'ipotetica linea disciplinare: la sociologia, la psicologia sociale e le neuroscienze.
La neurosociologia, allora, non è forse un ritorno della sociobiologia degli anni '70 che, cercando di dare un fondo biologico all'agire umano, vuole tentare di arrivare ad accostarsi alla illusoria comodità delle scienze dure? Dopo aver dato una risposta a questo quesito mostrerò un incontro diretto tra sociologia e neurosociologia nell'opera di Warren D. TenHouten, che reintepreta in chiave neuro la razionalità strumentale (strumental rationality) weberiana. Per David D. Franks, Professore del dipartimento di sociologia e antropologia della Virginia Commonwealth University, la neurosociologia è il ponte che collega le neuroscienze alla psicologia sociale (Franks, 2010).
Indubbia è l'importanza che la disciplina psicologica nata verso la metà del secolo scorso rivesta nel creare un nesso tra neuro e socio, in un ipotetico continuum in cui lo “psico” si situa nel centro. Allora stimolante sarà richiamare l'interazionismo simbolico per indagare attraverso un altro punto di vista il nodo cruciale della creazione umana di credenze. L'excursus sulla Teoria della Mente si muoverà sullo stesso solco, ma sarà ancora più spinto verso le neuroscienze attraverso l'esposizione di uno studio della Rockefeller University che rileva la presenza di percorsi neurali in alcuni primati che si attivano unicamente nell'analisi delle interazioni sociali.
Nell'ultimo tassello del secondo capitolo confronterò la neurosociologia con le neuroscienze, e in particolare con quelle discipline neuroscientifiche che più si avvicinano allo studio dell'agire sociale. La neuroeconomia costituisce forse il parallelo più interessante e vicino alla neurosociologia, e pone molte questioni tra neuroscienze ed economia che potrebbero risultare fondamentali anche in un processo di legittimazione o sconfessione della neurosociologia in ambito sociologico. La neuropolitica per ora non è altro che la ricerca neurologica applicata ad alcune questioni politiche e alla psicologia delle masse, e costaterò che uno dei punti di maggiore criticità emerge quando si tratta di utilizzare risultati di tecniche di brain imaging per spiegare i meccanismi sui quali si muovono le ideologie. Altri ambiti di ricerca, come la neurobiologia interpersonale, la sociofisiologia e la neuroscienza affettiva si muovono invece prevalentemente in ambito terapeutico e sanitario.
Molti degli scritti riguardanti la neurosociologia mi sono sembrati partire da un punto di vista alquanto clinico, come fossero affrontati da neuroscienziati di estrazione piuttosto che da sociologi. Il mio approccio tenterà di essere radicalmente diverso, e punterà spesso a confrontare quelli che sembrano essere i paradigmi neurosociologici con quelli della sociologia classica dei grandi sociologi del ‘900.

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1 Introduzione Perché “neurosociologia”? Cosa intende studiare tale disciplina? Quali sono le differenze (se ce ne sono) con la sociobiologia, con le neuroscienze sociali, o con la sociofisiologia? Il prefisso “neuro” può essere oramai abbinato ai più disparati ambiti di ricerca fino a sfumare le categorizzazioni degli stessi. Se ciò può apparire un’attitudine modaiola di certa ricerca sociale contemporanea influenzata dalle neuroscienze, d’altra parte non si può trascurare la volontà insita in questa operazione di creare un ponte tra discipline che per tantissimo tempo si sono ignorate. La sociologia, come la psicologia o l’antropologia, conosce l’importanza e la necessità del punto di vista multiplo che deriva dalla multidisciplinarità, e che le permette di spaziare in ambiti di ricerca che, a primo impatto, sembrerebbero inconciliabili. A tal proposito Franco Ferrarotti nel 1986 scriveva: I rapporti fra la sociologia e le altre scienze sociali, in particolare fra la sociologia, l’antropologia culturale e la psicologia sociale, si regolano attualmente sulla base dell’impostazione comunemente nota come impostazione multidisciplinare o interdisciplinare della ricerca. […] L’impostazione interdisciplinare della ricerca riflette fedelmente il piano critico raggiunto dalla discussione metodologica: l’oggetto della ricerca non è più concepibile in senso esclusivo, come se si trattasse di una proprietà privata di una singola scienza. Sullo stesso “oggetto” della ricerca le varie discipline orientano e fanno convergere le loro risorse, di metodo e di sostanza, in modo da chiarirlo e interpretarlo secondo una molteplicità di ottiche. È dalla fecondazione reciproca di queste ottiche differenziate, dal loro intrecciarsi e dalla loro integrazione problematica che l’analisi e l’interpretazione dell’oggetto escono arricchite 1 . E dunque, se nel corso della sua evoluzione la sociologia ha incontrato l’economia, la statistica, la scienza politica e ancora la biologia e la psicologia, non siamo adesso costretti a vagliare un incontro con le neuroscienze così come già accaduto all’economia e ancor prima alla psicologia? A me sembra che un tentativo per testarne i limiti sia fruttuoso se non obbligato, pertanto è utile cercare di chiarire da quale punto di vista intendo in questa sede analizzare l’incontro tra le due discipline. 1 Ferrarotti, F. (1968), Manuale di sociologia, edizione Laterza 1989. p.21-22

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sociologia
psicologia sociale
neuroscienze
cognitiva
neuroni specchio
cervello sociale
neurosociologia
neurocapitalismo
tenhouten
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