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La libertà del male, il male della libertà. Una riflessione sul pensiero tragico di Luigi Pareyson in rapporto alla testimonianza biblica

Informazioni tesi

  Autore: Denise Adversi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze filosofiche
  Relatore: Francesca Brezzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 151

Tra gli “oggetti” connessi alla libertà umana – per dirla con Schelling – figura, in prima linea, il problema del male. Problema enorme di cui si è detto tanto e troppo poco, al punto che, su tale questione, pare inevitabile avvitarsi su se stessi. Tra i possibili approfondimenti del pensiero tragico – un indirizzo la cui specificità è del tutto apparente, data invece la ricchezza di campo e di prospettive – e nel contesto di un personale interesse per il dialogo tra teologia e filosofia, ho scelto di accostare l'opera principale di Pareyson, Ontologia della libertà, direttamente ai testi biblici cui l'autore fa costante riferimento. Accanto a questi – in modo particolare i primi capitoli del libro della Genesi – colloco anche quegli scritti anticotestamentari che mi paiono direttamente “interpellabili” in un ipotetico confronto a più voci, quasi una tavola rotonda fra “testimoni”.

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INTRODUZIONE Tra gli “oggetti” connessi alla libertà umana – per dirla con Schelling – figura, in prima linea, il problema del male. Problema enorme di cui si è detto tanto e troppo poco, al punto che, su tale questione, pare inevitabile avvitarsi su se stessi: questa concisa espressione, efficacemente utilizzata da un grande teologo per indicare la condizione dell'uomo dopo il peccato originale, si presta bene a caratterizzare i pericoli che si preannunciano a chi osi avventurarsi, filosoficamente, in un terreno tanto paludoso e infido... Uno di questi pericoli è la “tentazione” di considerare la libertà stessa un male, sulla scia del famoso Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov: meglio starsene tranquilli come pecore, o logorarsi la coscienza per tutta la vita? Pareyson sceglie la seconda possibilità e, ben lontano dal giudicare la libertà come male, giudica il male come libertà; l'equazione non è convertibile. L'autorevole riflessione di questo filosofo, che ha avuto il merito di lacerare una cortina di silenzio proponendo accostamenti coraggiosi e inusitati, apre un ventaglio amplissimo di possibilità nel momento stesso in cui esprime problemi e contraddizioni; indica un metodo, spalanca drammi di ordine metafisico ed esistenziale. Un'eredità che merita di essere raccolta e sviluppata, a costo di rischiare, sull'argine scosceso di un pensiero nuovo – in biblico tra fede e ragione, esperienza e teoresi, ineffabilità e concretezza – anche probabili scivolate. Tra i possibili approfondimenti del pensiero tragico – un indirizzo la cui specificità è del tutto apparente, data invece la ricchezza di campo e di prospettive – e nel contesto di un personale interesse per il dialogo tra teologia e filosofia, ho scelto di accostare l'opera principale di Pareyson, Ontologia della libertà, direttamente ai testi biblici cui l'autore fa costante riferimento. Accanto a questi – in modo particolare i primi capitoli del libro della Genesi – colloco anche quegli scritti anticotestamentari che mi paiono direttamente “interpellabili” in un ipotetico confronto a più voci, quasi una tavola rotonda fra “testimoni”. Testimonianza, infatti, non elaborazione dimostrativa, è la Sacra Scrittura, maturata come espressione alta di sapienza e di fede; testimonianza, secondo l'insegnamento di Pareyson, è la filosofia, sgorgante non dalla mente, ma dalla vita intera. 9

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