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L'animale può educare? Riflessione pedagogica a partire dall'esperienza del ''bambini selvaggi''

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Urciuoli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Giuseppe Bertagna
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 56

Gli animali sono in grado di svolgere attività di educazione oppure in questo caso si può parlare solo di cura?

Le storie dei bambini selvaggi ci aiutano a capire se nel mondo animale è possibile parlare di educazione o se essa è un'esclusiva dell'uomo.

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3 CAPITOLO 1 I BAMBINI SELVAGGI Le storie dei bambini selvaggi affondano le radici in un passato molto lontano, che presenta tratti sfumati del mito e della leggenda, dell’incerto e del fantastico. E come accade in molti miti e leggende, l’elemento fantastico si mescola alla realtà e a ciò che veramente accade o è accaduto. Il tema del bambino selvaggio non fa di certo eccezione: nella storia dell’uomo se ne contano decine di casi. I bambini selvaggi sono quei bambini, o ragazzi, che hanno vissuto per anni in luoghi selvatici, come boschi, foreste e giungle, e che sono sopravvissuti in questi territori ostili per auto sostentamento. Questi bambini hanno sviluppato una capacità di adattamento all’ambiente tale da permettere loro di sopravvivere, sfuggendo ai predatori, procurandosi il cibo da soli e ricavando tane nel terreno per ripararsi dalle intemperie. In molti casi i bambini si sono anche trovati a convivere con gli altri animali, entrando talvolta a far parte di famiglie di lupi, orsi o scimmie, assumendo comportamenti e caratteristiche fisiche dall’animale con cui ha vissuto, sviluppando in tal modo le proprie capacità di imitazione. In un ambiente selvaggio questo tipo di risorsa umana, l’abilità di imitare appunto, unitamente all’istinto, sembra rappresentare una fonte di salvezza. Molti studiosi inseriscono nella categoria dei bambini selvaggi anche quei bambini che sono stati per molti anni segregati e confinati in isolamento totale all’interno della società da chi si prendeva cura di loro, per esempio rinchiudendoli in scantinati, casolari, o comunque in luoghi privati. Questi hanno sì dei tratti in comune con i bambini cresciuti nel selvaggio ma allo stesso tempo presentano anche delle differenze. In questo senso, l’antropologa MaryAnn Ochota divide i casi in due tipologie: - bambini selvaggi: bambini che sono sopravvissuti nel selvaggio, o che sono vissuti

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