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Baliani, Paolini, Curino: il racconto in televisione

Questa tesi si propone di evidenziare le esperienze di autori-attori-registi considerati una “felicissima nicchia” del nostro teatro. Marco Baliani, Marco Paolini e Laura Curino rappresentano una tendenza della drammaturgia italiana, tutta incentrata sul racconto e sulla possibilità di portare la cultura in televisione senza parlare di cultura televisiva.
In tre spettacoli teatrali costruiti in occasione di eventi speciali per la televisione: “Vajont” di Paolini, “Olivetti” di Curino e “Corpo di Stato” Baliani, si riscopre il piacere e la necessità di raccontare delle storie e condividerle, utilizzando il mezzo televisivo come uno strumento di diffusione “popolare”.
Come cantastorie del Duemila questi attori monologanti acquistano una nuova autorevolezza proprio mettendo in atto una strategia radicata negli esseri umani: la necessità di scambiare esperienze, narrare e commentare i fatti e tramandare memoria.
Quando l’analfabetismo era pressoché universale, il teatro aveva come unico concorrente per la trasmissione del sapere, la narrazione del cantastorie. Da quando il cinema i fumetti e la televisione hanno preso il sopravvento sulla forma espressiva che realizza mimicamente la narrazione, il teatro ha provato a ristabilire un proprio radicamento nella comunità attraverso varie forme creando figure che richiamano in modo esplicito proprio il cantastorie. Tutto sembra far pensare che oggi si stia partecipando ad un ritorno in forza dell’oralità, eterna depositaria della tradizione e della memoria storica che, nell’era dei media, è stata meglio definita: seconda oralità elettronica.
Il teatro preso in analisi, il “teatro di narrazione” permette di rilevare un’interazione significativa tra due sistemi di comunicazione diretta: la televisione e il racconto orale
Gli argomenti affrontati si adattano all’involucro attraverso cui vengono trasmessi senza perdere la loro identità originaria anzi, l’appartenenza ad una realtà extra-televisiva fa sì che si comunichi l’eterogeneo, il vario, i saperi e le conoscenze indipendenti e autonome dal mezzo. Questi autori-attori teatrali intendono rivendicare la necessità di riappropriarsi di una memoria dei fatti di cultura, isolati dalla cultura stessa. Attraverso la forma del racconto, si genera un “atto politico” nel senso che l’idea che tutti possano partecipare, capire e godere delle storie (come dell’arte e dello spettacolo) rappresenta un obiettivo “popolare” e quindi di politica culturale.
La prima parte del lavoro ripercorre lo sviluppo della comunicazione in concomitanza con gli studi di Walter Ong secondo cui: “i principali sviluppi e probabilmente ogni tipo di sviluppo di grossa portata, nel campo della cultura e della conoscenza sono legati, spesso da rapporti strettissimi, all’evoluzione della parola dall’oralità primaria al suo stato attuale”. Nella seconda parte, attraverso l’analisi delle tre performance di Baliani, Paolini e Curino, si sottolinea come le tecniche della narrazione pubblica coniughino un modo di stare in scena (il lavoro sui personaggi, i ritmi dello spettacolo e l’uso dei documenti) ad una forma espressiva detta “seconda oralità elettronica” che in qualche modo restituisce al teatro l’originaria funzione comunitaria.

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2 Di fronte al cinema e alla televisione il Teatro non poteva che scomparire o riscoprire se stesso, ma non sul piano del linguaggio, bensì su quello della funzione sociale (Cesare Molinari, Teatro) CONSIDERAZIONI GENERALI Il teatro, pur fra i diversi procedimenti creativi, che coinvolgono ora l’attore ora il drammaturgo, non ha mai abbandonato del tutto una delle sue ragioni originarie: raccontare storie. Questo perché, nonostante la trasformazione delle forme culturali, che si adattano nel tempo, come spiega Lombardi Satriani, “il desi- derio di narrare e di commentare i fatti non potrà mai venire meno. Indubbiamente i giornali e la televisione hanno ridotto gli spazi, ma non va sottovalutato l’impatto umano di una storia narrata oralmen- te” 1 . Coniugando drammaturgia e presenza scenica nella figura del narratore, figura mai estinta e tuttavia marginale nella tradizione teatrale, il genere che potremmo definire “teatro di narrazione” ha raccolto l’eredità delle forme drammatiche tradizionali conservandone il nucleo più profondo: la ‘fabula’, la ‘storia’. Generata da un tentativo di soluzione alla crisi del dramma moder- no 2 , la figura del narratore-performer si pone in rapporto dialettico con il reale e assume le funzioni che furono del dramma e della 1 M. Collura, “C’era una volta il Cantastorie”, Corriere della sera,11.10.1999, p.25.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Cecilia Padula Contatta »

Composta da 252 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.