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Dalle parallele convergenti alla guerra al terrore

Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Colimberti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Francesca Piazza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 89

Lo studio del linguaggio politico come discorso risale agli anni '60. Grazie soprattutto al lavoro del filosofo Michel Foucault, in quegli anni si iniziò ad utilizzare tale approccio per analizzare il linguaggio delle istituzioni e degli agenti politici. L'intera attività istituzionale cominciò quindi ad essere studiata cercandone finalità specifiche, quelle della ricerca del consenso e della gestione del potere. Del linguaggio politico non si studiarono più semplicemente le costruzioni semantiche o sintattiche, ma anche i simboli ed i riti. Da questo spunto, ebbero successivamente impulso gli approcci alla materia in senso linguistico e politologico.

Come spesso accade, alla conseguente fioritura di studi seguirono profonde divergenze fra gli studiosi. Secondo Giorgio Fedel [1999], nella letteratura specifica prevalgono due dimensioni. La prima, detta panpolitica, intende l'intero linguaggio naturale come interazione tra almeno due individui e quindi come politico: è la prospettiva del discorso politico come istituzione sociale, non discernibile dagli altri linguaggi, ed inteso come parte dei processi di potere, consenso e legittimazione propri della politica [Cedroni e Dell'Era, 2002]. L'altra dimensione, quella patologica, considera invece il discorso politico come semirazionale o irrazionale e orienta il proprio percorso di analisi sulla base della lontananza rispetto alla cosiddetta argomentazione razionale. Si tratta del linguaggio tipico dei regimi totalitari o di quello derivante dalle distorsioni comunicative evidenti in alcuni dei moderni regimi democratici. A tali due dimensioni, come sottolineano Lorella Cedroni e Tommaso Dell'Era, occorre aggiungerne una terza, quella del linguaggio politico come linguaggio settoriale, legato alla lingua comune e ad altri linguaggi speciali e contestuale ad un proprio ambito di pertinenza dai confini non sempre ben definibili.

Ci troviamo di fronte dunque a tre possibili alternative: una che elimina il proprio oggetto di studio, un'altra che vede il linguaggio politico come mancante delle essenziali funzioni linguistiche (siano esse la qualità, la chiarezza, la precisione…), ed infine un'ultima, per molti versi ormai antiquata, che prova a spiegare i meccanismi di intersezione tra linguaggio e politica nelle moderne società occidentali.
Appare opportuno in questo senso riorientare le ricerche in direzione multidisciplinare, ricercando le corrispondenze tra la dimensione linguistica e quella istituzionale, cercando di capire che tipo di codici prevalgono in questo particolare ambito della vita sociale e servendosi di diversi paradigmi di studio. È infatti ormai indubbio che tra la prassi politica ed il suo linguaggio esista una precisa corrispondenza, e che prassi e linguaggio si influenzano e si modificano vicendevolmente. La politica orienta gli attori nello scegliere il proprio linguaggio, e la lingua non si limita ad una mera funzione strumentale, bensì ad un'attiva opera di cambiamento e di modificazione della realtà.

Scopo di questo lavoro è quello di contribuire alle ricerche sul linguaggio e sul discorso politico con un'attenzione particolare ad una problematica specifica, quella retorica, intersezione ideale negli studi tra l'impostazione della scienza politica e quella della filosofia del linguaggio; ciò ha richiesto una selezione della letteratura che tenesse in conto soprattutto i discorsi ed i prodotti linguistici delle istituzioni e degli agenti politici, ma contemporaneamente anche i problemi posti dalle problematiche illustrate da Foucault e dalle riflessioni rispetto alla dimensione politica insita nel linguaggio stesso. Rispetto ai problemi propri della via retorica, anticipiamo qui un'intenzione di base, quella di esplorare la funzione persuasiva del linguaggio politico: prospettiva che rifiuta di scindere gli aspetti razionali e quelli irrazionali di un processo persuasivo e che cerca di far quadrare il cerchio tra emozione, logica, stile e verità. Per far ciò abbiamo pensato un percorso che partendo da un'ottica più teorica e ricca di complessi paradigmi interpretativi si confrontasse con il ricorso ad una sempre più feconda tradizione di studi aristotelici che vede nella teoria centrale della persuasione del filosofo di Stagira una pietra angolare per la comprensione dei fenomeni retorici.

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4 Introduzione Lo studio del linguaggio politico come discorso risale agli anni ’60. Grazie soprattutto al lavoro del filosofo Michel Foucault, in quegli anni si iniziò ad utilizzare tale approccio per analizzare il linguaggio delle istituzioni e degli agenti politici. L’intera attività istituzionale cominciò quindi ad essere studiata cercandone finalità specifiche, quelle della ricerca del consenso e della gestione del potere. Del linguaggio politico non si studiarono più semplicemente le costruzioni semantiche o sintattiche, ma anche i simboli ed i riti. Da questo spunto, ebbero successivamente impulso gli approcci alla materia in senso linguistico e politologico. Come spesso accade, alla conseguente fioritura di studi seguirono profonde divergenze fra gli studiosi. Secondo Giorgio Fedel [1999], nella letteratura specifica prevalgono due dimensioni. La prima, detta panpolitica, intende l’intero linguaggio naturale come interazione tra almeno due individui e quindi come politico: è la prospettiva del discorso politico come istituzione sociale, non discernibile dagli altri linguaggi, ed inteso come parte dei processi di potere, consenso e legittimazione propri della politica [Cedroni e Dell’Era, 2002]. L’altra dimensione, quella patologica, considera invece il discorso politico come semirazionale o irrazionale e orienta il proprio percorso di analisi sulla base della lontananza rispetto alla cosiddetta argomentazione razionale. Si tratta del linguaggio tipico dei regimi totalitari o di quello derivante dalle distorsioni comunicative evidenti in alcuni dei moderni regimi democratici. A tali due dimensioni, come sottolineano Lorella Cedroni e Tommaso Dell’Era, occorre aggiungerne una terza, quella del linguaggio politico come linguaggio settoriale, legato alla lingua comune e ad altri linguaggi speciali e contestuale ad un proprio ambito di pertinenza dai confini non sempre ben definibili. Ci troviamo di fronte dunque a tre possibili alternative: una che elimina il proprio oggetto di studio, un’altra che vede il linguaggio politico come mancante delle essenziali funzioni linguistiche (siano esse la qualità, la chiarezza, la precisione…), ed infine un’ultima, per molti versi ormai antiquata, che prova a

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