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Il governo di Lamberto Dini (1995-1996). L'anello tecnico tra le due repubbliche

Informazioni tesi

  Autore: Michelangelo Morelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Beni Culturali
  Corso: Storia
  Relatore: Francesca Sofia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

Attraverso una ricostruzione puntuale della temperie politica, sociale e culturale che investì l'Italia degli anni '90, il presente elaborato si propone di fornire un quadro completo sull'anno e mezzo di governo del primo governo tecnico della storia repubblicana, quello di Lamberto Dini. Al di là dello specifico oggetto in questione, nell'indagine è presente un lungo excursus sui primi e travagliati anni '90, funestati dall'insorgere di Tangentopoli e dal venir meno dei pilastri sui cui si era fondato l'ordine postbellico. Nel caso italiano questo stravolgimento si concretizzò in un quasi totale ricambio dei protagonisti dell'Italia primorepubblicana, il cui lascito fu raccolto in maniera più o meno organica da partiti perennemente sospesi tra continuazione dei propositi passati e inevitabile rottura con questi. Altri punti chiave della tesi, oltre ovviamente agli atti e provvedimenti del suddetto governo, sono anche il travagliato governo del primo centrodestra, il ruolo del PdR Scalfaro e la conseguente genesi del centrosinistra ad opera di quest'ultimo e dei residui del PCI e della DC, che troveranno in Romano Prodi e nel suo Ulivo un'importante quanto precaria sintesi.

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5 INTRODUZIONE L’intenzione di raccontare la genesi, i moventi e il percorso che caratterizzarono il primo vero governo tecnico della storia repubblicana, guidato da Lamberto Dini tra il 1995 e il 1996, prende le mosse da una sincera preoccupazione di far chiarezza su un’istituzione, per l’appunto quella governativa, le cui trame sono oggi più che mai quantomeno ambigue e poco comprensibili. Nel furore politico di quella che ormai molti chiamano “terza repubblica” (non senza una certa dose di creatività storiografica), l’imperativo categorico per uno studioso è mettere ordine tra i fatti, filtrare le fonti, ponderare i giudizi: vi è insomma un’insopprimibile esigenza conoscitiva a cui lo storico, fin troppo sensibile al richiamo, risponde immediatamente con i mezzi che caratterizzano da sempre il suo operare. Si badi bene però, lo storico non è colui che getta il cerino nella stanza buia, ma è invece quello che apre le finestre e fa entrare la luce dall’esterno. In altre parole lo studioso di storia non si contenta di descrivere “l’interno dall’interno”, e cioè la realtà presente da individuo di quello stesso presente, ma illustra la contemporaneità servendosi di tutto quello che vi è intorno ad essa. Il compito precipuo dello storico è di chiarire il presente servendosi del passato, e l’indagine presente si propone per l’appunto di illuminare le pieghe oscure dell’istituzione governativa in un periodo di transizione descrivendo le caratteristiche di un governo passato che ha avuto luogo in un simile interregno, ovvero il passaggio dalla Prima Repubblica alla Seconda Repubblica Italiana. Il racconto della storia della Prima Repubblica italiana richiede per certi versi conoscenze e competenze “acrobatiche”, indispensabili per ricavare un filo logico dall’inestricabile matassa di governi balneari, truppe cammellate, insospettabili rimpasti e di uno stuolo non indifferente di nani e ballerine 1 . Una complessità che fu ben presente anche nei suoi momenti finali, quando la scure dei tribunali italiani sembrò aprire nuovi spazi per ripensare il modo di fare politica, le ideologie alla base e soprattutto per mandare in pensione gli epigoni del sistema. La pioggia di avvisi di garanzia che si riversò sulla politica italiana agli inizi degli anni ’90 scatenò un maremoto di proporzioni inimmaginabili, seppellendo quelli che fino al giorno prima erano reputati “intoccabili” sotto una fanghiglia di processi e condanne. Tangentopoli fu il cerino gettato nel retrobottega del sistema, popolato da discutibili pratiche clientelari e cospicue mazzette, giustificate, secondo i suoi promotori, dall’esigenza di mantenere operativa una macchina altrimenti incapace di funzionare con i mezzi a disposizione. Le circostanze imposero ai maggiorenti della politica obblighi gattopardeschi: il sistema doveva essere sicuramente rivisto, nei suoi ingranaggi e nei suoi operatori, garantendo però una certa 1 La definizione fu utilizzata dal socialista Rino Formica per descrivere i personaggi che si muovevano nel sottobosco cortigiano del Partito Socialista Italiano degli anni ’80. (ndr)

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