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'Contafole' e personaggi in ''Paese Perduto'' di Dino Coltro

Tutto è cambiato attorno a noi, il paesaggio, il lavoro, la vita e noi stessi ci sentiamo diversi nei pensieri, nei rapporti, nella coscienza.
In questo contesto, viene spontaneo domandarci che senso ha occuparci ancora di tradizioni, di un mondo contadino che si fa sempre più ‘antico’; ogni giorno scompare qualcosa del passato, si spegne una parola, una fiaba; il dialetto muore con le cose, con gli ultimi contafole dei filò.


Le affermazioni sopra citate sono state scritte da Dino Coltro come premessa al libro L’altra cultura. Sillabario della tradizione orale veneta, pubblicata esattamente vent’anni dopo Paese perduto, opera in quattro volumi edita a Verona dalla Bertani editore nel 1978. Il libro, alla cui pubblicazione aveva contribuito anche la Regione Veneto, si presentava alle stampe con un sottotitolo importante: La cultura dei contadini veneti, indicando, in modo preciso e inequivocabile, la strada percorsa dall’autore.
La sua analisi abbraccia l’universo della cultura agreste e offre indagini a vario livello. Da parte mia, prenderò in considerazione solo il quarto volume, diviso in due tomi, inerente alla favolistica veneta; più precisamente Il Pomo doraro (tomo I) in cui compaiono, oltre alle ‘fole’ del filò, anche detti, indovinelli e leggende locali propedeutici per una miglior comprensione del mondo favolistico contadino e Eto-Beeto (tomo II) in cui sono trascritte le ‘fole’ vere e proprie. Entrambi i tomi presentano la versione dialettale a cui fa seguito la traduzione in lingua.
Il testo, dedicato ai genitori di Coltro, si pone come un recupero della tradizione orale veneta attraverso le testimonianze orali di narratori vissuti nella Bassa Veronese. Una rivisitazione per nulla facile, soprattutto per quanto concerne la forma linguistica ed espressiva che tende a scomparire rapidamente e in concomitanza con il venir meno della popolazione nata prima degli anni Quaranta. Non va dimenticato che sono rari i ‘contafole’ in grado di restituirci la memoria collettiva di un gruppo sociale in via d’estinzione. Scrive il ricercatore:

I contafole e gli anziani in genere, costituivano la ‹‹memoria›› del gruppo sociale, delle comunità contadine, di una umanità che non si è mai riconosciuta nella cultura egemone.


L’opera, studiata da un tale punto di vista, diventa allora importante testimonianza di una tradizione di cui si perdono le tracce giorno dopo giorno. Da queste brevi e sintetiche precisazioni si può comprendere meglio perché Paese perduto sia stato suddiviso in quattro parti ben distinte anche se congiunte dallo stesso tema.
Il primo volume si intitola La giornàda e il lunario e spiega la mentalità contadina e i lavori principali svolti durante l’anno; il secondo Il giro del Torototèla, ande e cante contadine analizza l’aspetto folkloristico della cultura veronese.
Il terzo volume, Le parole del Molèta, i casi della vita, raggruppa i proverbi che rappresentano la saggezza generazionale esposta in forma sintetica. Infine compare il quarto volume suddiviso in due tomi.
L’autore, dopo averlo completato, s’accorge d’essersi dilungato notevolmente rispetto ai precedenti. Ammette anche di aver preferito un’impostazione più erudita all’argomento trattato senza trascurare nulla, trascrivendo le ‘fole’ “con puntigliosa fedeltà ai contenuti e alle varie forme espressive”. Una documentazione così pertinente e puntuale è stata realizzata grazie alle registrazioni e alle trascrizioni del materiale reperito intervistando trentadue ‘contafole’ (sedici narratori e sedici narratrici) rappresentanti “l’anello più antico della tradizione fabulistica contadina, ancora portatrice di sedimenti arcaici, legata ai motivi magico-pagani”. Questi testimoni viventi della tradizione contadina veneta sono tutti nati fra il 1890 e il 1939.
Le storie, trascritte in dialetto e in carattere corsivo, non si presentano nella forma della prosa ma del verso, simile alla struttura della filastrocca. Tale scelta dell’autore va ricondotta alla necessità di rendere iconica, nel migliore dei modi, la teatralità ed elargire una sorta di respiro al racconto. I numerosi a capo e la fitta punteggiatura seguono le sospensioni che i ‘contafole’ introducono durante la narrazione orale. A piè pagina s’inserisce la trascrizione italiana che, sebbene rimanga fedele al testo, si propone di codificare i modi di dire e i detti caratteristici della cultura contadina per rendere le vicende più comprensibili a ogni tipo di lettore.
Il quarto volume, diviso in due tomi, deve essere letto in ordine, come raccomanda lo stesso autore; prima Il Pomo doraro (suddiviso in Parole bestie cristiani; Stramboti e induinarghe; Insognarse; Le parole del Molèta; Miti leggende storie; Fole del filò ) e poi Eto-Beeto (suddiviso in Fole del filò; Fole del caregon; Fole de la piaza, Fole de la cesa).

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CAPITOLO TERZO TRADIZIONI E CULTURA VENETA 3.l I substrati della cultura contadina. La cultura popolare veneta manifesta al suo interno germi di una civiltà molto antica, civiltà che Maja Gimbutas 1 definisce la Vecchia Europa. Il continente preindoeuropeo si presentava come un mondo complesso e multiforme, con migliaia di anni di tradizioni, di usi e di religioni. L’elemento fondamentale dello sviluppo di tale civiltà antichissima fu l’attività agricola che venne praticata a partire dal 7000 a.C. Già nel 5000 a.C., la valle del Danubio, la Grecia continentale, l’isola di Creta, i Balcani e la costa orientale dell’Italia attestavano la conoscenza della coltivazione e dell’allevamento. In Europa centrale, Francia, Germania, Scandinavia, sfavorite da un territorio meno fertile e da un clima freddo, arrivarono più tardi alla pratica della coltivazione dei campi. Nel V millennio si distinguevano già delle varietà culturali ben caratterizzate e diversificate fra loro, le più importanti delle quali erano rappresentate dai Cucuteni e dai Lengyel nel territorio che ora identifichiamo con Austria, Ungheria, Slovacchia, repubblica Ceca e Polonia. Un po’ più a sud, nei territori dell’odierna Grecia, era fiorente la cultura di Tisza e Vinca. Questi antichissimi popoli, molto progrediti, costruivano delle piccole città in zone fluviali e in terreni fertili. Non edificavano cinte murarie di difesa perché erano popolazioni pacifiche e amavano il vivere sociale, l’abitare in case comode di due o tre stanze, il pescare, il costruire utensili e ornamenti sia in metallo che in ceramica. La scoperta compiuta dagli archeologi rumeni, in prossimità del Danubio, a sud-est di Bucarest, di uno dei templi più antichi conosciuti in Europa testimonia una tipologia di civiltà a fondamento religioso. La divinità più importante era femminile e si chiamava la Grande Madre, portatrice di vita e simbolo della terra. Tutta la simbologia si associava alla dea materna rappresentata dalla terra umida, dall’acqua vivificatrice e dagli organi femminili. Era presente anche il 1 FRANCISCO VILLAR, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, trad. it. di Donatella Siviero, Bologna, Il Mulino, 1997 8 , pp. 93 e ss ( Madrid 1971).

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Stefania Miotto Contatta »

Composta da 270 pagine.

 

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