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Il regime di tassazione delle rendite finanziarie

Informazioni tesi

  Autore: Antonia Magnifico
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Aziendale
  Relatore: Eugenio Della Valle
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 242

La riforma delle rendite finanziarie attuata dal D.Lgs. 461/1997 ed entrata in vigore il 1° luglio 1998, ha sicuramente introdotto, delle novità molto importanti ed innovative in tema di tassazione del risparmio, soprattutto in un momento in cui ci si preparava all’introduzione della “moneta unica”.
Sicuramente la riforma ha soddisfatto i principi fondamentali a cui un sistema d’imposizione deve tendere.
Dal 1° luglio 1998, infatti, è sottoposta ad imposizione qualsiasi tipologia di reddito finanziario percepito dalle persone fisiche: sia i “redditi di capitale”, sia i “redditi diversi” (i guadagni di capitale); e attraverso apposite norme di chiusura, la tassazione viene estesa anche a fattispecie non tipizzate. Sono stati così eliminati tutti quei modi che in passato hanno reso possibile “sfuggire” al prelievo, con ovvi effetti negativi sul bilancio pubblico.
Tra i punti di forza della riforma, vi è il merito di aver delineato il confine tra le due fattispecie reddituali che discendono dall’impiego del capitale: quella dei redditi di capitale (articolo 41 del Tuir) e quella dei redditi diversi (articolo 81 del Tuir).
Un’ulteriore intervento di razionalizzazione e semplificazione per i risparmiatori è stato compiuto attraverso il passaggio a due sole aliquote di imposta, 12,50% e 27%, con l’intento di portarle ad una nel breve periodo.
Altro tema che è stato completamente riformulato dal legislatore, è stata l’adozione di nuovi criteri di individuazione delle partecipazioni qualificate.
Altra novità importante della riforma, riguarda la modalità di applicazione delle imposta. I contribuenti possono scegliere, così, tra tre diversi regimi per la tassazione delle plusvalenze: il regime della dichiarazione annuale dei redditi, quello del risparmio amministrato e quello del risparmio gestito.
Con la nuova normativa è stato, inoltre, dato agli intermediari un ruolo di primaria importanza per la tassazione dei redditi di capitale e delle plusvalenze.
Gli adempimenti che vengono posti a carico degli intermediari sono graduati in base al regime di tassazione scelto dal contribuente: si passa dai semplici obblighi di comunicazione delle operazioni effettuate (regime della dichiarazione) all’applicazione del prelievo sui redditi di capitale e sulle plusvalenze all’atto delle singole operazioni (regime del risparmio amministrato) ovvero sull’utile annuale netto di gestione (regime del risparmio gestito).
Attraverso il nuovo regime impositivo gli intermediari possono trarre dei vantaggi notevoli, soprattutto in termini di ampliamento della loro operatività nel comparto dell’intermediazione finanziaria.
La nuova disciplina contiene, infatti, numerosi elementi che possono indirizzare i risparmiatori verso i regimi di tassazione che richiedono l’intervento degli intermediari: basti pensare alla possibilità di conservare l’anonimato nei confronti del Fisco, assicurata dal regime del risparmio amministrato e da quello gestito, all’eliminazione di qualunque adempimento per il contribuente che ricorre a tali regimi di tassazione, al pagamento dell’imposta attraverso l’intervento dell’intermediario, nonché alla compensazione delle minusvalenze e perdite.
La nuova disciplina comporterà dunque una maggiore canalizzazione del risparmio verso gli intermediari bancari e finanziari e ciò determinerà vantaggi sia per l’Amministrazione finanziaria che otterrà sicuri e maggiori flussi di prelievo su strumenti finanziari, sia per i risparmiatori, che saranno orientati verso forme di diversificazione di impiego del risparmio e ricorrendo ad investitori professionali, potranno ottenere una maggiore redditività e la completa eliminazione degli adempimenti fiscali.
Il quadro normativo introdotto con la riforma risulta, secondo gli operatori, compatibile con le proposte di armonizzazione della fiscalità del risparmio, avanzate qualche anno fa nell’ambito dell’Unione Europea.
La fiscalità può risultare, quindi, a parità di rendimenti, il fattore determinante nelle scelte di investimento, lì dove permangano all’interno dell’Unione Europea trattamenti differenziati tra i diversi Stati.
Da ciò si desume, dunque, che il coordinamento delle politiche fiscali dei Paesi aderenti all’Unione, non deve essere considerato come un traguardo assestante, ma deve essere visto come un perfezionamento dell’UME.
Sul piano interno, il sistema adottato per la tassazione del risparmio, è coerente con la riforma dei mercati e degli intermediari finanziari attuata negli ultimi anni.

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- 1 - CAPITOLO 1 I PROFILI GENERALI DELL’IMPOSIZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE 1. Obiettivi a cui deve tendere un sistema impositivo delle rendite finanziarie. Un sistema di tassazione delle rendite finanziarie, cioè quei redditi conseguiti dall’impiego del risparmio, deve tendere al perseguimento di alcuni obiettivi fondamentali, quali la completezza, la neutralità, l’equità e l’efficienza (1) . Si tratta di obiettivi (requisiti) di carattere politico-economico che dovrebbero essere presenti simultaneamente in un sistema impositivo delle rendite finanziarie affinché esso sia “ottimale”. E’ complessivo, un sistema in cui il prelievo fiscale è esteso a tutte le fattispecie produttive di redditi finanziari, cioè a tutte le fattispecie che generano redditi derivanti da un impiego di capitale (2) . Affinché, dunque, un sistema fiscale sia complessivo, è necessario che non vi siano lacune nell’ordinamento; la non completezza, infatti, può ingenerare fenomeni elusivi per effetto dello sfruttamento, da parte del contribuente, della lacuna creatasi (3) . E’ neutrale ed equo un sistema fiscale che elimina ogni differenza tra le diverse attività finanziarie , perseguendo finalità “non discriminatorie”. E’ neutrale un sistema che non privilegia, dal punto di vista fiscale, un prodotto finanziario piuttosto che un altro: non deve cioè condizionare le scelte degli investitori, ma deve essere caratterizzato dalla generale imposizione di tutte le rendite finanziarie. (1) Sull’argomento cfr. MARCHETTI, Il risparmio nel sistema delle imposte sui redditi, in quaderni CERADI- LUISS, serie monografie n. 4, Milano, 1997, pag. 1 e ss; PANZERI, La nuova fiscalità del risparmio: razionalizzazione e prospettive, in Rass. Trib.,1998, pag. 1471, ss.; GUERRA, La tassazione dei redditi di capitale in capo alle persone fisiche: problemi e prospettive, in Riv. Di dir. fin. e scienza delle finanze, LIV, 2, I, pag. 275, ss. (2) Devono considerarsi, non solo le ipotesi riconducibili alla categoria dei redditi di capitale in senso stretto (derivanti dall’impiego “statico” del capitale, come interessi o dividendi), ma anche le ipotesi riconducibili alla categoria delle plusvalenze-guadagni di capitale (derivanti dall’impiego “dinamico” del capitale, come i capital gains). (3) Si tratta della cosiddetta elusione legittima, dove il contribuente, oltre a porre in essere comportamenti diretti ad evitare, mediante una condotta anomala, l’applicazione dell’imposta, sfrutta anche le lacune dell’ordinamento indirizzando le proprie scelte di investimento verso prodotti che non sono soggetti ad imposta o lo sono in misura minore.

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Parole chiave

capital gain
guadagni di capitale
redditi di capitale
redditi finanziari
rendite finanziarie
d. lgs. 461/1997
tassazione delle rendite finanziarie

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