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Esecuzione penitenziaria e collaboratori di giustizia

La disciplina giuridica dei collaboratori della giustizia alla luce della recente legge n. 45 del 2001: analisi dei diversi profili giuridici (processuali, sostanziali, codicistici, extracodicistici) mettendo in particolare evidenza l'aspetto penitenziario.

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6 Introduzione La tematica della collaborazione con la giustizia ha sempre comportato numerose ed eterogenee implicazioni fin da tempi non recenti 1 : non è questa la sede per affrontare un dibattito intorno alla eticità insita nelle disposizioni normative che prevedono trattamenti penitenziari sempre più soft – fino ad arrivare ad una vera e propria impunità – in maniera inversamente proporzionale alla pericolosità, che intrinsecamente reca con sé un criminale che decida di collaborare con la giustizia. Quel che qui preme precisare è che lo strumento mediante il quale si è potuto conoscere prima, e combattere efficacemente poi, le organizzazioni criminali – e all’interno di queste, soprattutto, Cosa Nostra – sia senza alcun dubbio da individuare nella acquisizione del bagaglio informativo in possesso di ogni mafioso che decida di svelare ciò che sa sulla propria organizzazione criminale di appartenenza. Insomma, senza i cosiddetti “pentiti” ben poca strada si sarebbe fatta nel lungo sentiero di lotta alla criminalità organizzata, in particolare alla mafia. Ciò premesso, appare opportuno ora sottolineare come un così delicato meccanismo contrattuale fra lo Stato che non punisce a condizione di una utile collaborazione da parte dei soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, sia per sua stessa natura complesso, giacché, come dicevamo poc’anzi, vi sarebbe sempre scontro fra il principio di uguaglianza e di 1 Infatti, è decisamente assai antico il dibattito tra esponenti del pensiero filosofico da un lato, e giuridico dall’altro, sui connotati etici e psicologici dell’accusato che – contravvenendo al primordiale istinto di difendersi al fine di evitare la pena (odiernamente denominato principio del nemo tenetur se detegere) – si autoaccusa e chiama in causa (cosiddetta chiamata in correità) i propri complici. Già Cesare Beccaria (BECCARIA C., Dei delitti e delle pene, Einaudi, Torino, 1973, p.90), dopo aver sottolineato come la collaborazione serva a prevenire delitti importanti, sottolineava come, con il necessario corrispettivo da concedere al chiamante in correità, “la nazione autorizza il tradimento detestabile anche tra gli scellerati perché son meno fatali a una nazione i delitti di coraggio che quelli di viltà”. Carmignani, invece, sottolineando i rischi connessi all’uso di strumenti di pressione sull’imputato ai fini di una sua collaborazione, sottolineava che “questo uso cercando il vero nei suggerimenti dell’interesse corre il rischio di allontanarsene quando più crede di esservisi avvicinato” (CARMIGNANI G., Theorie des peines et des recompense, in Ouvres, vol. II, Bruxelles, 1829, pp. 157 e ss.).

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Mauro Barraco Contatta »

Composta da 328 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 4640 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.