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Il divieto di reformatio in peius nel processo penale

La tesi ha ad oggetto il divieto di reformatio in peius nel processo penale, essa inizia con cenni sull'evoluzione storica dell'istituto, poi passa ad esaminare dettagliatamente le teorie sul fondamento giuridico del divieto, sposando la tesi che il divieto di reformatio in peius costituisca espressione del diritto di difesa dell'imputato, per poi trattare del suo ambito di applicazione, che ormai si estende a tutte le impugnazioni penali, essendo stato riconosciuto come principio generale del processo penale; infine si sofferma sulla disciplina dell'istituto nel nuovo codice di procedura penale, distinguendo tra i presupposti del divieto e il contenuto del divieto, senza trascurare i rapporti del divieto di reformatio in peius con l'appello incidentale del pubblico ministero.

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INTRODUZIONE ’espressione divieto di reformatio in peius si suole ricondurre ad un celebre passo di Ulpiano (D. 49, I, 1), (1) in cui egli giustifica il frequente ricorso in appello con l’esigenza di correggere l’iniquità e l’imperizia dei giudici e mette in evidenza come possa talvolta verificarsi che la sentenza in grado d’appello riformi in peggio sentenze ben pronunciate, perché non sempre avviene che l’ultimo giudice che pronuncia la sentenza è quello che giudica meglio. E' stato, tuttavia, osservato che in questo frammento del digesto, la dizione “reformatio in peius” è utilizzata avendo (1) “Appellandi usus quam sit frequens, quamque necessarius, nemo est qui nesciat quippe quum iniquitatem judicantium, vel imperitiam recor- rigat: licet enim nonnunquam bene latas sententias in peius reformet; neque enim utique melius pronuntiat qui novissimus sententiam laturus est”. Tuttavia si è dubitato della riconducibilità ad Ulpiano di questo brano, in particolare “la annotazione molto vera, ma assai scanzonata ed amara che essa contiene (e cioè, che il giudice d’appello talvolta riforma in peg- gio sentenze ben pronunziate e che l’ultimissima sentenza non è detto debba essere migliore della prima) ”, non “sembra molto probabile possa essere uscita dalla penna d’Ulpiano, egli stesso più volte giudice d’appello o consigliere in giudizi d’appello e sempre partecipante in al- tissime funzioni a quell’organizzazione imperiale che sul principio di ge- rarchie veniva imperniando tutta la struttura dello Stato”. ORESTANO, L’appello civile in diritto romano, Torino, 1953, 75. L

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Vito Bonello Contatta »

Composta da 111 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.