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Il Global Social Forum di Porto Alegre: analisi delle tematiche

Informazioni tesi

  Autore: Christian Feltracco
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Mario Diani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 31

I poveri della Terra quale fiducia possono mai riporre negli “otto grandi”, quando (proprio alla vigilia del vertice di Genova) il partner più potente (gli Usa), preoccupato di tutelare e accrescere il proprio già alto livello di vita, rifiuta egoisticamente il protocollo di Kyoto (1997) con il quale un gran numero di nazioni si è impegnato a ridurre le emissioni nocive nell’atmosfera?
La potenza economica di cui dispone il G8 non basterà mai per mettere a tacere la voce dei popoli meno favoriti, che chiedono (come è loro diritto) di essere ascoltati e di poter condividere equamente i beni necessari alla vita.

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Il Global Social Forum di Porto Alegre: analisi delle tematiche 2 INTRODUZIONE La diffidenza e l’ira dei poveri del Sud verso i ricchi del Nord erano già esplose clamorosamente in occasione del Millennium Round che la Organizzazione Mondiale del Commercio aveva tenuto nel dicembre 1999 a Seattle (USA). I delegati dei 135 Stati membri si erano incontrati per trovare un accordo per liberalizzare il commercio, adeguandolo ai processi di globalizzazione. Il fallimento di quel primo incontro fu dovuto non solo alle difficoltà obiettive dell’impresa, ma anche all’esplosione della rabbia dei poveri e alla rivolta della coscienza morale. I manifestanti - provenienti da ogni parte del mondo e in rappresentanza delle più diverse organizzazioni ambientaliste, sindacali e del volontariato sociale - scesero rumorosamente in piazza, per denunciare la mancanza di garanzie effettive di fronte soprattutto al progressivo inquinamento ambientale e alle manipolazioni genetiche nel mondo vegetale e animale. Lo sviluppo - fu questo il grido del «popolo di Seattle» - riguarda tutti indistintamente. Non possono essere solo pochi ricchi a decidere per tutti. Nè la crescita umana si può ridurre solo agli aspetti finanziari o di mercato, mettendo in second’ordine la dimensione culturale, morale e spirituale. In una parola, i popoli in via di sviluppo (che costituiscono la maggioranza dell’umanità) chiedono sì di essere aiutati a crescere economicamente, ma vogliono essere essi stessi corresponsabili e artefici della propria elevazione umana e sociale. Non si può non riconoscere la legittimità di queste aspirazioni, le stesse che stanno all’origine delle contestazioni e delle manifestazioni predisposte in occasione del vertice del G8 a Genova. Non deve stupire, perciò, che vengano contestate duramente sia la concezione neoliberista, su cui i potenti della Terra vorrebbero fondare il nuovo ordine economico mondiale, sia la stessa legittimità della struttura del G8, che in realtà è un “club esclusivo” riservato a pochi privilegiati. I poveri della Terra quale fiducia possono mai riporre negli “otto grandi”, quando (proprio alla vigilia del vertice di Genova) il partner più potente (gli usa), preoccupato di tutelare e accrescere il proprio già alto livello di vita, rifiuta egoisticamente il protocollo di Kyoto (1997) con il quale un gran numero di nazioni si è impegnato a ridurre le emissioni nocive nell’atmosfera? La potenza economica di cui dispone il G8 non basterà mai per mettere a tacere la voce dei popoli meno favoriti, che chiedono (come è loro diritto) di essere ascoltati e di poter condividere equamente i beni necessari alla vita.

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