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Gli effetti dell'Unione Monetaria Europea sugli squilibri regionali: il caso del Mezzogiorno

Informazioni tesi

  Autore: Mario Tommasino
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Diritto ed Economia delle Comunità Europee
Anno: 1999
Docente/Relatore: Mauro Mellano
Istituito da: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 119

Il programma di completamento del mercato unico ha trovato il suo coronamento nell'attuazione del disegno di integrazione monetaria.
Per approdare ad un siffatto risultato i paesi aderenti hanno rinunciato alla propria sovranità nazionale in materia monetaria, sottoponendosi ad una serie di restrizioni economiche e finanziarie. Gli sforzi compiuti da ciascuno stato per rientrare nei parametri di Maastricht si giustificano con la ferma convinzione delle autorità di governo nazionali che la creazione di un’area valutaria comune arrecherà benefici di gran lunga superiori rispetto ai vantaggi offerti dall’attuale funzionamento del sistema monetario. Dell’UME si enfatizzano generalmente gli effetti positivi che indubbiamente ad essa si accompagneranno, ma non sempre sono valutati nella stessa misura i costi e i rischi la cui effettiva portata si potrà stimare soltanto con la circolazione a regime della moneta unica.
Il progetto di unificazione monetaria si innesta in un’area ancora estremamente eterogenea dal punto di vista economico, caratterizzata da accentuate disparità regionali nel livello del reddito e nell’occupazione fra i paesi cosiddetti del centro ed i paesi della periferia.
In tale prospettiva è pertanto legittimo chiedersi se l'unione monetaria sarà portatrice di nuovi vincoli o di nuove opportunità. In particolare nell'ambito del presente studio interessa sapere in che modo l’UME potrà incidere sugli squilibri regionali, ossia se potrà attenuare o al contrario aggravare i problemi di arretratezza e sottosviluppo delle regioni meno progredite. L'integrazione monetaria priva gli stati aderenti di un basilare canale di aggiustamento degli shock asimmetrici, adottato in passato anche in modo indiscriminato dai singoli paesi alla ricerca di una maggiore competitività per le proprie produzioni: la modificazione del tasso di cambio. Ciò nonostante, occorre considerare che anche il venir meno di un siffatto strumento non priva i singoli stati della possibilità di riassorbire eventuali squilibri ricorrendo a canali alternativi di aggiustamento. Tali meccanismi sono stati discussi e approfonditi sul piano teorico nell’ambito degli studi economici condotti sulle aree monetarie ottimali (AMO).

Il presente lavoro si inserisce in tale problematica soffermandosi sull'esposizione degli effetti di varia natura che possono scaturire dall’attuazione di una politica monetaria comune, con particolare riguardo ai meccanismi e agli strumenti di aggiustamento disponibili all’indomani dell’introduzione dell’euro per il riassorbimento di fluttuazioni cicliche o di shock asimmetrici di tipo transitorio o permanente.
Gli effetti dell’integrazione monetaria fra i paesi dell’UE saranno valutati partendo dall’approccio teorico fornito dalla teoria delle aree valutarie ottimali che consentirà di definire il quadro di riferimento ai fini dell’individuazione dei canali di aggiustamento più idonei.
Nello scenario delineato sarà poi analizzato il ruolo che in un'area valutaria comune come l'UME potrà rivestire la politica di bilancio quale canale di aggiustamento alternativo o complementare al fine di valutare se le restrittive regole stabilite in sede comunitaria consentiranno in prospettiva un utilizzo efficace della manovra fiscale.

Nell’ultima parte la discussione si soffermerà sull’analisi delle molteplici cause reputate responsabili della disoccupazione europea e sulle ripercussioni che su di essa potrebbe provocare l’introduzione dell’euro. Il fenomeno in esame è strettamente correlato con un basso livello di produzione e un ridotto tasso di crescita, condizioni queste che ordinariamente si ritrovano nelle regioni in ritardo di sviluppo.
Infine è stato posto al centro dell’attenzione il Mezzogiorno d’Italia. Dopo aver illustrato i tratti fondamentali dell’attuale situazione sociale ed economica del Meridione, lo studio ha approfondito in particolare l’impatto che l’UME potrebbe avere sull’economia del Mezzogiorno, principalmente in termini di attuabilità dei meccanismi di aggiustamento adottabili in presenza di un’unione monetaria.

L’idea di fondo su cui poggia il presente lavoro è che l’unione monetaria non deve rappresentare il traguardo finale, ma solo il traguardo intermedio per raggiungere il vero obiettivo: l’ampliamento delle opportunità di vita di tutti i cittadini europei, in primo luogo di coloro le cui opportunità sono gravemente ridotte dalla disoccupazione e dal bisogno. Pertanto sarà privilegiato costantemente un approccio che ponga in rilievo le deleterie conseguenze di tipo sociale e non solo economico che gli squilibri regionali possono determinare e l'incidenza sul problema occupazionale che ad essi inevitabilmente si accompagnano.

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- 3 - PREMESSA Il programma di completamento del mercato unico, rilanciato con vigore nell'ultimo decennio dagli organismi comunitari, ha trovato il suo coronamento nell'attuazione del disegno di integrazione monetaria che fino a pochi anni addietro era ancora considerato come un progetto irrealistico o quanto meno prematuro in rapporto alle condizioni storiche, politiche ed economiche dell'Europa. A partire dal 1° gennaio 1999, con l’entrata in vigore dell’euro, ha avuto inizio la fase cruciale del processo di unificazione valutaria. Echi trionfalistici hanno accompagnato la cerimonia di inaugurazione ufficiale della nascita dell’euro e dichiarazioni di ottimismo hanno riempito le cronache di quei giorni. Senza retorica si può affermare che è iniziata una nuova era dei rapporti fra i paesi aderenti e si delineano in lontananza i contorni di una non più irrealizzabile unione politica, il che va ascritto al merito della capacità visionaria dei sostenitori di un ideale tanto ambizioso. L’unione monetaria va pertanto assumendo connotati sempre più netti, ma allo stato attuale ancora arduo risulta decifrare gli sviluppi futuri di questa esperienza che non ha precedenti nella storia recente. Per approdare ad un siffatto risultato i paesi aderenti hanno rinunciato deliberatamente alla propria sovranità nazionale in materia monetaria, sottoponendosi ad una serie di restrizioni economiche e finanziarie. Gli sforzi compiuti da ciascuno stato per rientrare nei parametri di Maastricht si giustificano con la ferma convinzione delle autorità di governo nazionali che la creazione di un’area valutaria comune arrecherà benefici di gran lunga superiori rispetto ai vantaggi offerti dall’attuale funzionamento del sistema monetario. In verità dell’UME si enfatizzano generalmente gli effetti positivi che indubbiamente ad essa si accompagneranno, ma non sempre sono valutati nella stessa misura i costi e i rischi la cui effettiva portata si potrà stimare soltanto con la circolazione a regime della moneta unica. A nessun osservatore imparziale possono sfuggire i benefici certi e tangibili che l’unione monetaria sarà in grado di arrecare alle economie dei paesi aderenti: eliminazione dei costi di transazione, annullamento dell'incertezza sui cambi, stabilità dei prezzi, creazione di una valuta di riserva usata per i regolamenti internazionali. Tuttavia non bisogna dimenticare che il progetto di unificazione monetaria si innesta in un’area

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