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Misoginia: una malattia maschile

A conclusione di questa analisi a proposito della misoginia, e all’interno dell’economia del discorso presente nel capitolo precedente, vorrei poter introdurre qualche brevissimo spunto personale, per appunto concludere la mia tesi richiamandomi ad alcuni temi che, tra i testi citati nella bibliografia, ho trovato come più interessanti, o stimolanti (soprattutto all’interno dei testi della Dworkin, di Gilmore e dell’Irigaray).
Se affrontate dal loro punto di vista provocatorio ma comunque attuale, idee a proposito di un’”uccisione” dell’”eterosessualità assegnata” possono essere viste come una possibile chiave futura per la soluzione del problema della misoginia, ma anche della discriminazione di tutte le differenze.
Riuscire a non porre più come fondamentale il destino della specie all’interno di un discorso che verte sulla possibile ri-definizione dei ruoli sessuali [e non], all’interno della società, potrebbe garantire una maggior libertà all’individuo, e potrebbe scongiurare ulteriori tentativi di dominio di una parte sull’altra. L’apertura a temi come quello di un possibile confronto della bambina o del bambino con il genitore dello stesso sesso, senza l’implicazione del mortificare gli stimoli e gli impulsi sessuali dell’infante verso quest’ultimo, potrebbe garantire una maggior “elasticità” di quella che sarà la futura sessualità della futura donna o uomo… Credo che il mantenimento della specie non sarà mai in pericolo, non almeno a causa della scomparsa del monopolio dell’eterosessualità.
L’introduzione all’interno di un discorso sulla famiglia di una figura paterna più presente, e compartecipante, assieme alla madre, dell’allevamento e del nutrimento del figlio, potrebbe di certo eludere il rischio di una rigida identificazione nel maschile da parte del bambino all’interno di una dinamica che si è notato non essere prescindibile dal creare conflitti tali da portare alla misoginia. E in questo, un ruolo fondamentale sarà proprio quello di essere partecipe maggiormente della propria natura femminile, da parte del bambino e dell’uomo adulto. Forse la ridefinizione del significato di femminile e maschile potrà portare ad ulteriori sviluppi nelle possibilità di identificazione per i bambini, ma soprattutto potrà portare ad una diversa visione della differenza sessuale, in cui termini come attivo e passivo potranno essere scelti dall’individuo, nel caso ne fosse interessato, esclusivamente all’interno di un discorso personale.

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3 Introduzione Circa due anni fa, nel febbraio del duemila, ho sostenuto l’esame di psicologia dinamica con il dottor Zatti, docente di Psicologia dinamica all’università Ca Foscari di Venezia. Tra i testi presenti in bibliografia, due in particolare colpirono la mia attenzione. Il primo, più prettamente di carattere antropologico, era stato scritto da un docente della State University of New York, David Gilmore (Gilmore, 1993), e trattava l’argomento dell’identificazione nel maschile, e della nascita della virilità. Il secondo, scritto da una donna, Luce Irigaray (Irigaray, 1976), analizzava molto ironicamente il presunto sviluppo della sessualità femminile, utilizzando lo stesso metodo utilizzato da Freud nel tracciarne i punti chiave, con lo scopo però di evidenziare quanto il percorso di identificazione per la bambina nel femminile fosse completamente condizionato, o meglio asservito, a quello che era lo sviluppo della personalità e della sessualità maschile. Il primo testo rifletteva maggiormente a proposito dei rituali o delle idee di “rinascita” implicite appunto alla nascita della virilità, evidenziando quanto questa fosse ovunque identificata a partire da una “ripulsa” nei confronti del femminile, e da una pressoché universale uccisione della figura materna (e quindi, di conseguenza, di quella femminile). Il secondo sottolineava quanto, confrontandosi soprattutto con Freud, il femminile fosse delineato esclusivamente all’interno della propria relazione col maschile, fungendo il ruolo di contrario, negativo, ma soprattutto evidenziava quanto la sessualità femminile potesse arrivare ad una propria maturità solo all’interno della funzione materna, perdendo ogni ulteriore peculiarità, e connotandosi in una netta situazione di antagonismo nei confronti del maschile,

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Federico Zanatta Contatta »

Composta da 53 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 14493 click dal 20/03/2004.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.