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Imagination e fancy nel pensiero di David Hume

Qualcuno potrebbe aspettarsi di trovare una definizione, possibilmente chiara e precisa, della differenza concettuale tra i termini imagination e fancy. Dei due termini si dice infatti, usando le parole di Ferraris, che «la distinzione è relativamente costante, ma non è coerente, ciò è già un problema più che lessicografico».
Probabilmente il lettore non leggerà altro che l’esposizione di un itinerario, del viaggio da me compiuto, animato da buoni propositi e con un po’ di paura per gli imprevisti. Il “peggior imprevisto” occorso, non riuscire a scorgere la distinzione tra le due parole, o se si preferisce, tra i due concetti, è stato anche ciò che ha poi contribuito a delineare il carattere dell’esposizione di questa ricerca in itinere: propedeutico, autocritico e, a mio parere, schietto. Lascio, però, al lettore migliore, migliore nella fantasia di chi scrive, la possibilità di considerare tutti gli ulteriori, e minori, imprevisti come contributo essenziale all’emozionalità del discorso. Nei fatti, le sensazioni che mi hanno spinta in quest’indagine non si risolvono in un appagamento né si dileguano rivelandosi inconsistenti, ma continuano ad agitarsi ogni qual volta si ha il sentore di quella che rimane una sfuggente differenza.
Tuttavia, alla domanda che sottostà alla ricerca - è possibile tracciare una netta distinzione tra imagination e fancy nel Settecento, secolo in cui il concetto di immaginazione acquista un nuovo ed autonomo statuto filosofico, e in particolare nel pensiero di David Hume? - la risposta sarà, sin d’ora, apertamente negativa.
Una volta spiegato ciò che non si può o non si riesce ad offrire, il titolo risulta innocuo e non ingenuo e non tradisce il filo conduttore delle pagine che si leggeranno. Le prime delle quali si aprono secondo l’impostazione classica dell’argomento ossia cogliendo come la problematicità della traduzione si innesti su una ambivalenza originaria che disegnerà per noi i limiti matematici del discorso: dottrina della verità da una parte e problematicità dell’atto di idealizzazione, a partire dalla percezione, dall’altra.
“Cerca nel dizionario!”. Così s’insegna ed ordina allo scolaro quando si trova alle prese con una parola “nuova”, che non conosce, di cui non è sicuro se esista veramente , se sia in uso, se sarà, anche a lui, permesso di usarla o di cui vorrebbe, solamente, coglierne una sfumatura più precisa. Ecco che, una volta fuggito il pericolo di sterilità d’analisi, la diligenza dello scolaro porta alla raccolta di quel frutto, riscontro del nuovo statuto filosofico del termine immaginazione, che mi impegnato nella sua definizione per tutto il lavoro.
Nello studio delle dinamiche della mente prima e nell’associazionismo, in particolare, poi, il luogo per capire come si attiva la conoscenza umana e quanta parte di questa conoscenza sia dovuta a quella facoltà che presiede al fenomeno dell’associarsi delle idee tra loro: un’unica vis che si orienta per permettere la comunicazione. «Di per se stessa, l’immaginazione non è una natura, ma una fantasia»: l’immaginazione deve orientarsi per plasmare la natura della mente, per farla sistema.
«L’empirismo – di Hume, tuttavia - non pone come essenziale il problema di un’origine della mente, ma quello di una costituzione del soggetto. Non solo, ma considera questa come l’effetto di principi trascendenti nella mente, non come il prodotto di una genesi». Un altro timore, il timore del “se avessi letto prima” si è avverato; se avessi letto prima le parole di Deleuze forse non avrei peccato di ingenuità di fronte alle mute risposte alla domanda sulla genesi della conoscenza. Un errore che non mi ha permesso di sottolineare a sufficienza come la psicologia di Hume divenga una psicologia delle affezioni di un soggetto costituito, una scienza dell’uomo che non fa che illuminare la continuità e la correlazione tra Natura e natura umana. Una correlazione basata su un artificio, su una finzione necessaria, che non ho avuto il coraggio di chiamare trascendente la sregolatezza della fantasia.

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Introduzione 2 Introduzione. «Niente m’è più gradito che cogliere l’occasione per confessare i miei errori». 1 Solitamente gli errori si confessano alla fine dello scritto, quando ormai non si ha più la voglia di rimettere mano ai propri pensieri o semplicemente perché si è già proiettati in un futuro lavoro, dove si avrà poi tutta la calma per chiarirsi o per effettuare nuove scelte. La scrittura di questa tesi potrebbe, per me, rivelarsi un unicum; mi preme quindi avvertire coloro che la leggeranno che ho sbagliato la scelta del titolo. Qualcuno, infatti, potrebbe aspettarsi di trovare una definizione, possibilmente chiara e precisa, della differenza concettuale tra i termini imagination e fancy. Dei due termini si dice infatti, usando le parole di Ferraris, che «la distinzione è relativamente costante, ma non è coerente, ciò è già un problema più che lessicografico». 2 Il lettore, invece, si appresta a leggere l’esposizione di un itinerario, del viaggio da me compiuto, animato da buoni propositi e con un po’ di paura per gli imprevisti. Il “peggior imprevisto” occorso, non riuscire a scorgere la distinzione tra le due parole, o se si preferisce, tra i due concetti, è stato anche ciò che ha poi contribuito a delineare il carattere dell’esposizione di questa ricerca in itinere: propedeutico, autocritico e, a mio parere, schietto. Lascio, però, al lettore migliore, migliore nella fantasia di chi scrive, la possibilità di considerare tutti gli ulteriori, e minori, imprevisti come contributo essenziale all’emozionalità del discorso. Nei fatti, le sensazioni che mi hanno spinta in quest’indagine non si risolvono in un appagamento né si dileguano rivelandosi inconsistenti, ma continuano ad agitarsi ogni qual volta si ha il sentore di quella che rimane una sfuggente differenza. Tuttavia, alla domanda che sottostà alla ricerca - è possibile tracciare una netta distinzione tra imagination e fancy nel Settecento, secolo in cui il concetto di immaginazione acquista un nuovo ed autonomo statuto filosofico, ed in particolare nel pensiero di David Hume? - la risposta sarà, sin d’ora, apertamente negativa. Una volta spiegato ciò che non si può o non si riesce ad offrire, il titolo risulta, a mio sentire, innocuo e non ingenuo e, soprattutto, non tradisce il filo conduttore delle pagine che si leggeranno. 1 David Hume, Trattato sulla natura umana, traduzioni di A. Carlini, E. Lecaldano e E. Mistretta, Bari, Laterza, 1999, p. 657. 2 Maurizio Ferraris, L�immaginazione, Bologna, Mulino, 1996 , p. 7.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Filomena Moscatelli Contatta »

Composta da 103 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.