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Le donne raccontano: Napoli occupata dagli Alleati (1943-1944)

Informazioni tesi

  Autore: Lucia Nicodemo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Paolo Macry
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

“Ognuno racconta la storia della sua vita, io non faccio che trovar gente che me la racconta e io racconto a mia volta i fatti miei, tutti fanno così, questo è il modo in cui vanno le cose quando tutto è pericoloso”

Questa ricerca si propone di verificare attraverso lo strumento dell’intervista cosa la memoria abbia conservato, a distanza di mezzo secolo, della seconda guerra mondiale o meglio della quotidianità di quel conflitto. La memoria, dunque, è assunta come “atto narrante” , atto narrante la percezione che le donne avevano di quella guerra e di loro stesse rispetto a quel conflitto.
Accanto a questo primo obbiettivo, però, la ricerca si pone anche quello di evidenziare la qualità del ricordo, cioè verificare se esso può dirsi autentico. Dove l’aggettivo autentico non indica il contrario di falso, quanto quello di non contaminato dal trascorrere del tempo.
La memoria protagonista di questa tesi è, dunque, di natura postuma; si affida al supporto magnetico, cioè al registratore utilizzato dall’intervistatore, per esprimersi ed è indotta a tornare indietro nel tempo in seguito ad una sollecitazione esterna. Il ricordo, in questo caso infatti, è il frutto dell’incontro diretto tra due persone: il testimone e l’intervistatore; e proprio questa dialogicità conferisce una particolare caratteristica alla natura del ricordo. Perché? Perché “Il testimone non è mai un semplice informatore passivo nè il ricercatore un raccoglitore. Nella storia orale il confronto che si istituisce tra i due soggetti che determinano l’intervista è un confronto tra soggetti autonomi e attivi, differenziati dall’essere portatori di conoscenze in parte diverse, di due diversi linguaggi: l’oralità e la scrittura. Nel rapporto che si istituisce, chi ascolta s’impossessa del sapere di chi narra; compito del ricercatore non è soltanto la mera restituzione in forma scritta di ciò che gli è stato comunicato oralmente, ma la critica di ciò che ha ricevuto, come confronto fra due tipi di sapere, capace di trasformarli entrambi.” L’intervistatore deve avere rispetto e competenza: nel sollecitare il testimone nella sua azione rammemorante, la sua prima preoccupazione deve essere quella di non porre mai domande che, nella loro stessa formulazione, influenzino la risposta.
Il primo criterio con cui ci si accosta all’ascolto del testimone è quello della libertà di espressione, nel senso che “l’informatore deve essere libero al massimo di narrare cosa vuole della sua vita” . Nel caso di questa ricerca, poi, è stata seguita l’indicazione di Maurizio Gribaudi, il quale ha scritto: “[...] la ricerca di storia orale si svolga in almeno due fasi. Una prima fase in cui con il minimo, ma pur sempre ineliminabile intervento dell’intervistatore, il primo approccio con l’informatore sia sotto forma di autobiografia più o meno libera[...] Non si seguirà quindi un itinerario fissato, lasciando scorrere la memoria e specialmente l’organizzazione narrativa pur se frammentata. In una seconda fase, anche a partire dall’analisi operata sul testo della prima intervista, si utilizzeranno le domande”. E’ quello che ho fatto con le donne ascoltate: nella prima fase dell’intervista, la mia unica domanda era “Signora mi racconti ciò che vuole del periodo della guerra a Napoli” e accendevo il registratore. Nella seconda fase, dopo aver riflettuto in modo critico sul materiale raccolto, tornavo ad ascoltare quella persona approfondendo l’intervista. Le domande riguardavano gli argomenti affrontati con maggior frequenza e con maggiore dovizia di particolari dalle testimoni ( argomenti che poi sono diventati i nuclei problematici di questa ricerca), ma anche i loro “silenzi” soprattutto quando il silenzio calava su argomenti o episodi affrontati da quella storiografia che ha studiato la vita quotidiana durante il II conflitto mondiale e l’occupazione Alleata utilizzando solo la documentazione coeva.
Chi sono le donne ascoltate? In primo luogo sono donne comuni, gente semplice perché: “Bisogna eliminare l’illusione che le memorie della gente semplice di cui ci serviamo possano dare dati semplici. In realtà esse ci forniscono dati altrettanto sofisticati che le fonti del passato e, ampliando il campo, rendono ancor più complesso e più difficile il lavoro dello storico[...] La memoria è sempre un’entità problematica.”
Queste testimoni appartengono ad una rete di conoscenze dirette o mediate, dunque non sono state scelte in base ad un criterio selettivo: unica condizione posta quella della presenza a Napoli durante gli anni dell’occupazione Alleata. Questa casualità non ha determinato, però, una così ampia differenziazione per età, occupazione, luogo di residenza nella città in quegli anni e per estrazione culturale tra le intervistate.

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Le donne raccontano: Napoli occupata dagli Alleati (1943-1944) Introduzione “Ognuno racconta la storia della sua vita, io non faccio che trovar gente che me la racconta e io racconto a mia volta i fatti miei, tutti fanno così, questo è il modo in cui vanno le cose quando tutto è pericoloso” 1 Questa ricerca si propone di verificare attraverso lo strumento dell’intervista cosa la memoria abbia conservato, a distanza di mezzo secolo, della seconda guerra mondiale o meglio della quotidianità di quel conflitto. La memoria, dunque, è assunta come “atto narrante” 2 , atto narrante la percezione che le donne avevano di quella guerra e di loro stesse rispetto a quel conflitto. 3 Accanto a questo primo obbiettivo, però, la ricerca si pone anche quello di evidenziare la qualità del ricordo, cioè verificare se esso può dirsi autentico. 1 G Stein, Guerre che ho visto, Milano 1980 2 L’espressione è di Luisa Passerini, la quale dice: “[La memoria] La assumiamo come l’atto narrante di un individuo in un contesto sociale, nel tentativo di conferire significati condivisibili a certi eventi o aspetti del mondo ed eventualmente di metterne in secondo piano altri. L’atto narrante è sempre nello stesso tempo memoria autobiografica, trasmissione di un’esperienza di vita, e tradizione, cioè riformulazione e innovazione di qualcosa- se non altro il linguaggio- che si è ricevuto da generazioni precedenti e che si vuol passare a generazioni future.” L.Passerini, “Sette punti sulla memoria per l’interpretazione delle fonti orali”, in Italia Contemporanea, n.143, 1981, pp.83-92 3 Ersilia Alessandrone Perona, infatti, ha scritto: “I dati rilevabili da queste fonti [le fonti orali] sono utili evidentemente non ad accertare la condizione delle donne nella guerra, ma la loro percezione di quella e di se stesse.” E.A.Perona, “Le donne nella II guerra mondiale”, in Italia Contemporanea n.195, 1994, pp.363-366

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