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La Tv dell'Auditel

Informazioni tesi

  Autore: Ugo Pozzi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Giovanna Gadotti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 81

Quando nel 1984 si costituì l'Auditel con lo scopo dichiarato di porre fine a una situazione confusionaria nell'ambito delle rilevazioni degli ascolti televisivi, non si poteva prevedere la crescita esponenziale del suo potere. L'efficacia di quella misura riconosciuta utile sia agli inserzionisti pubblicitari che alle emittenti, si rivelò prestissimo lo strumento più certo per mutare le quantità di ascolto in qualità. Da termometro, l'Auditel in pochissimo tempo è divenuto la febbre delle tv influenzandone il linguaggio, determinandone i palinsesti, definendone i contenuti.
l'Auditel, che voleva ''solo'' quantificare gli ascolti, divenne invece subito il modo per sancire con l'attendibilità della quantità la qualità dei programmi.
Nel giro di poche stagioni il linguaggio dei broadcaster divenne sempre più rapido, al passo con i nuovi ritmi della vita e dello zapping televisivo. I contenuti sono molto più emozionanti che intelligenti perché la corsa verso l'ascolto si misura con i contatti che durano pochi secondi e, a catalizzare l'attenzione si sa, ci riescono meglio i bikini.

La composizione del campione e il modello teorico che sottende lo strumento sono gli elementi che definiscono il pubblico e che fanno oscillare l'opinione dall'idea di cittadinanza a quella di consumo. Cittadino o consumatore?
Negli anni la funzione primaria dell'Auditel - misurare in modo equo gli ascolti in riferimento agli spazi pubblicitari per una quantificazione unanime delle tariffe - è diventata succube delle sue funzioni latenti: provare il successo di personaggi, programmi, palinsesti e reti, dall'informazione allo spettacolo tramite lo share. Insomma, lo strumento da mezzo si è trasformato in un fine, obbedendo, anzi sancendo la legge del mercato: sono infatti i gestori delle migliaia di miliardi di introiti pubblicitari annui che regolano con il loro flusso tutta la programmazione. La quantità di ascolti garantisce perché ''prova'' la qualità dei programmi. Nel giro di pochi anni è così accaduto che le funzioni latenti dell'Auditel hanno contribuito a determinare due fenomeni importanti: l'omogeneizzazione culturale della programmazione da un lato e l'omologazione del pubblico dall'altro.
Da un lato le trasmissioni di intrattenimento, di informazione e persino i serial e le situation comedy delle reti commerciali e non, seguono le stesse ''mode'' e propongono lo stesso tipo di programmi; dall'altro si ipotizza un pubblico scarsamente caratterizzato da singoli elementi peculiari (fasce di età, livelli di istruzione, ecc) pensato in funzione di una programmazione sempre più generalista.
Auditel palinsestista? E’ quasi evidente che l'effetto perverso dell'Auditel sia diventato negli anni l'elemento che più di tutti ha condizionato la logica stessa della televisione. La ricerca dell'ascolto anche per pochi secondi ha infatti esaltato la semplicità e la concisione del linguaggio, la velocità del ritmo, determinando una sinergia perfetta tra domanda e offerta e definendo una programmazione emotiva e una televisione generalista corrispondente al suo pubblico.
Ma è soprattutto l’interpretazione dei dati a suscitare le maggiori perplessità, il fatto che questi vengano usati semplicisticamente per valutare successi e insuccessi dei programmi. L’Auditel fa notizia, anziché fornire esclusivamente i dati per le tariffe pubblicitarie e far pensare qualcuno a dove investire meglio il denaro degli sponsor. Entrando nell'ambito dell'informazione diventa opinione pubblica e giudice della televisione. Creatore e carnefice.
L’Auditel avrà pur tante colpe e difetti, ma dei tanti possibili percorsi di lettura che lo strumento offre, delle pagine e pagine che ogni giorno fornisce, risulta sempre più usato, oltre quello della media degli ascolti, quello che ne denuncia la componente competitiva tra le reti: lo share.

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PREMESSA Nell’inverno del 1995 mi trovavo nella hall dell’Hotel Parker a Napoli insieme ai miei colleghi di lavoro. Il motivo della nostra presenza era lo stesso che da alcune settimane ci portava in tutte le località d’Italia da Nord a Sud: registrare i messaggi che qualche fidanzata o spasimante infelice inviava al proprio amato per stabilire o ristabilire un rapporto. Nulla di entusiasmante a dire il vero, ma il lavoro è lavoro e “Stranamore” si era rivelata l’anno prima un’ottima fonte per i nostri guadagni. Era un lunedì speciale. La prima puntata della seconda edizione era andata in onda la domenica sera e il ritardo nella nostra convocazione forse era dovuto proprio a questo. Comodamente seduti negli ampi divani bianchi, guardavamo il regista camminare nervosamente su e giù. <Tutto a posto? Siete pronti? Fatto colazione?> ci chiese <Sì> rispondemmo <…ma cosa stiamo aspettando?> non che l’attesa ci infastidisse se non per le conseguenti corse al recupero e la minaccia di saltare l’ennesimo pranzo. <Sapere come è andata ieri!> rispose quasi sorpreso. Continuammo nelle nostre chiacchere da tecnici dello spettacolo cercando qualche argomento per tenere alte le nostre preoccupazioni. Dieci minuti dopo la segretaria di redazione uscì dall’ascensore trotterellando, al suo fianco Sasà, da anni autore inseparabile di Alberto. Si unirono al regista. Erano passate da un pezzo le 10. Dai loro visi e dalle espressioni capimmo che non doveva essere andata poi così male. <Andiamo!> disse il regista avvicinandosi. <Allora?> chiedemmo noi, ormai incuriositi. <12 milioni e il 32%> esclamò raggiante. <Beh… buono> commentammo un po’ a digiuno di dati Auditel. <Ottimo direi! Continuiamo così!> rispose, e subito aggiunse <Dai veloci che siete in ritardo come al solito!> scherzava ovviamente, e noi cogliemmo quell’onda di entusiasmo per affrontare la giornata di lavoro con un po’ più di relax.

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