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La comunicazione aziendale interna: il caso Tim

Informazioni tesi

  Autore: Maria Angela Cortucci
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Angelo Riccio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 117

Non si può non comunicare. Qualcuno ha autorevolmente sostenuto che anche il silenzio, la solitudine, il non accorgersi della presenza di un estraneo o il fingere di non vederlo sono forme di comunicazione. Ciò è forse corretto, ma non implica certo che il comunicare sia sempre egualmente importante. Esistono circostanze nelle quali la rilevanza del comunicare aumenta sensibilmente. Questo avviene, tra l’altro, quando si è impegnati in contesti ad alto tasso di interazione, in iniziative di mercato a carattere strategico; in breve, quando è elevato il numero sia delle persone coinvolte, sia delle alternative da prendere in esame.
Tale stato di cose potrebbe venire spiegato sostenendo che l’informazione cresce al crescere dell’incertezza e dunque sollecita una maggiore esigenza del comunicare.
Il mondo delle organizzazioni, è entrato in un processo di “liberalizzazione” che, da un lato, ne semplifica ed appiattisce le complesse strutture, dall’altro, lo rende assai più aperto e sensibile alla variabilità esterna. Entrambe le circostanze hanno l’effetto di ridurre notevolmente le barriere interne e di amplificare le reti di interazione. In altre parole, l’allentarsi dell’apparato istituzionale e burocratico aumenta la ricchezza dell’informazione e la complessità dei circuiti comunicazionali.
La comunicazione, da strumento marginale per il supporto dell’immagine aziendale, sta diventando, anzi è già diventata, una componente indispensabile per il funzionamento dell’impresa.
L’importanza e la centralità assunta dalla comunicazione interna è il frutto di un’evoluzione nel tempo del concetto stesso di comunicazione. A tal proposito, in estrema sintesi, può essere utile rivisitare il modo in cui il concetto stesso si è evoluto nel tempo.
Come sostiene Domenico De Masi , l’impresa è comunicazione perché è stata proprio la comunicazione nel lavoro a determinare la nascita dell’impresa. Infatti, prima della comunicazione, l’impresa non c’era: c’era la piccola bottega artigiana , in cui il genitore era anche il capo, i figli erano i lavoratori ed il luogo di vita coincideva con quello di lavoro. In questo micro sistema non vi erano problemi di comunicazione, perché il potere derivava naturalmente dal fatto che uno era il padre e l’altro era il figlio.
Il problema della comunicazione è nato quando è nata l’impresa, quando migliaia di persone non figli dello stesso padre e dello stesso imprenditore, non coincidenti più con la famiglia, ma spesso in lotta tra loro, sono entrate a far parte di un sistema.
Naturalmente, continua De Masi, la consapevolezza della comunicazione giunse molto dopo; Taylor, infatti, sosteneva che l’impresa fosse “uomini, macchine e capitali”, senza alludere a nessuna forma di comunicazione fra queste cose.
Il concetto di comunicazione diventa consapevole con il Tavistock Institute di Londra, che introdusse il concetto di “sistemi socio-tecnici”. Si capisce che il rapporto tra l’uomo e la macchina è un rapporto comunicativo tra una macchina, predisposta a recepire messaggi, e degli uomini, formati ed addestrati a trasmetterglieli. Così si incomincia a far strada l’idea dell’impresa come comunicazione.
Peraltro il “sospetto” era nato prima, negli anni Trenta, quando la Scuola delle Relazioni Umane sostenne che senza comunicazione non vi era motivazione, cioè, che non si poteva essere motivati per una missione che non si conosceva. La comunicazione divenne un fatto importante.
Un ulteriore sviluppo della comunicazione si è avuto quando l’azienda si è destrutturata nel tempo e nello spazio, e gli uffici si sono sparsi in tutto il mondo. Allora i problemi di comunicazione hanno riguardato la lingua, i fusi orari, i mezzi, la velocità.
La comunicazione interna, come la intendiamo oggi, è dunque il frutto di un’evoluzione relativamente recente. E’ negli anni Ottanta, infatti, che la comunicazione raggiunge un più ampio sviluppo, sia sotto il profilo della forma, che dei contenuti. Dovendo parlare a persone sempre più coinvolte dalla rapida evoluzione dei mass media, anche la comunicazione aziendale si adegua alle nuove tendenze: come forma, adotta un nuovo linguaggio, più semplice e meno formalizzato; sul piano dei contenuti, fornisce informazioni più complete e trasparenti. E’ la stagione delle relazioni interne e la comunicazione diventa una leva di gestione del personale ed una skill dei ruoli manageriali.
E da tutto questo si partirà per svolgere la seguente tesi.

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Introduzione Non si può non comunicare. Qualcuno ha autorevolmente sostenuto che anche il silenzio, la solitudine, il non accorgersi della presenza di un estraneo o il fingere di non vederlo sono forme di comunicazione. Ciò è forse corretto, ma non implica certo che il comunicare sia sempre egualmente importante. Esistono circostanze nelle quali la rilevanza del comunicare aumenta sensibilmente. Questo avviene, tra l’altro, quando si è impegnati in contesti ad alto tasso di interazione, in iniziative di mercato a carattere strategico; in breve, quando è elevato il numero sia delle persone coinvolte, sia delle alternative da prendere in esame. Tale stato di cose potrebbe venire spiegato sostenendo che l’informazione cresce al crescere dell’incertezza e dunque sollecita una maggiore esigenza del comunicare. Il mondo delle organizzazioni, è entrato in un processo di “liberalizzazione” che, da un lato, ne semplifica ed appiattisce le complesse strutture, dall’altro, lo rende assai più aperto e sensibile alla variabilità esterna. Entrambe le circostanze hanno l’effetto di ridurre notevolmente le barriere interne e di amplificare le reti di interazione. In altre parole, l’allentarsi dell’apparato istituzionale e burocratico aumenta la ricchezza dell’informazione e la complessità dei circuiti comunicazionali. Ogni periodo storico è caratterizzato dall’affermarsi nelle imprese della prevalenza di una funzione aziendale e della sua impronta culturale, rispetto alle altre che complessivamente rappresentano il mix delle competenze necessarie per gestire un’impresa. Così in Italia fino alla metà degli anni Sessanta è la produzione a dominare la scena delle imprese, con un orientamento prevalente verso la razionalizzazione dei processi, l’incremento dell’efficienza e la gestione della manodopera attraverso schemi rigidi di qualifiche. Le logiche commerciali si affermano nelle imprese e diventano dominanti successivamente alla crisi economica che, proprio alla metà degli anni Sessanta, mostra che la crescita dei mercati di sbocco non si mantiene

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