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Responsabilità civile del medico per l'errore diagnostico

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Le Noci
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Francesco Macario
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 176

Il proliferare di azioni giudiziarie a carico dei sanitari e delle strutture ospedaliere tendenti a riconoscere in capo ad essi responsabilità colpose o dolose in ordine alle loro prestazioni professionali ha spinto gli operatori del diritto ad occuparsi più da vicino del problema.
Il dilagare della responsabilità medica in sede giudiziaria è un fenomeno in crescita esponenziale e se ne può dare conto attraverso l’analisi di tre importanti fattori :
· L’evoluzione tecnico – scientifica, che si traduce per il sanitario nella sua crescente potestà in termini di mezzi, strutture e specializzazioni, sì da arrivare a travolgere la classica teoria dell’errore scusabile;
· La maggiore attenzione della magistratura nei confronti dell’errore medico;
· Il passaggio da una cosiddetta medicina paternalistica ad una medicina informata, con rinnovati riflessi sul rapporto medico – paziente, il quale, in tale veste, acquisisce nuovi diritti tutelati dall’ordinamento;
Il medico può svolgere la propria attività in diversi contesti, ora prescindere dal contesto in cui opera, la teoria tradizionale sostiene che l’obbligazione inerente alla sua prestazione professionale, costituisce un’obbligazione di mezzi o di diligenza, e non di risultato o di scopo.
Il medico instaura con il paziente un contratto d’opera intellettuale, che si specifica come “contratto di prestazione medica” che viene definito come “l’accordo in virtù del quale il medico, effettuata la diagnosi ed indicata la terapia, si obbliga nei confronti del paziente, dietro corrispettivo, a realizzarla secondo le migliori prescrizioni dell’arte medica, assumendo, perciò una obbligazione di mezzi”.
Dunque, il medico si impegna a prestare la propria opera intellettuale per raggiungere il risultato sperato e non per conseguirlo.
Tuttavia, la migliore dottrina ha rifiutato ha rifiutato con decisione la suddetta distinzione.
Si osserva infatti che , da un lato, un risultato, inteso come momento finale e conclusivo della prestazione, è comunque dovuto in tutte le obbligazioni, e che, dall’altro, ogni qual volta viene raggiunto un risultato ciò implica necessariamente che sono stati impiegati i mezzi occorrenti.
Ne deriva che le cure del medico sono un mezzo per la guarigione del malato, ma sono un risultato se lo scopo preso in considerazione e quello di essere curato.
Dunque, nei casi di prestazione medica non implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, si individua in realtà un’obbligazione di risultato.
Comprendere la natura della responsabilità del medico ha importanza fondamentale, in quanto diverse sono le discipline applicabili.
Diversa è la regola da applicare in tema di onere della prova; il danno morale sarebbe configurabile solo in materia di responsabilità extracontrattuale, maggiormente idonea a tutelare attività rilevanti come reato; in riferimento ai danni, la diversità tra i due regimi di responsabilità appare particolarmente netta; un’ulteriore rilevante differenza è il diverso termine di prescrizione dell’azione di responsabilità.
Di recente si è sviluppata accanto alle teorie tradizionali anche la tesi della responsabilità contrattuale da “contatto sociale”, teoria elaborata in dottrina e recepita dalla Suprema Corte con sentenza del 22 gennaio 1999 n. 589.
E’ importante ora, individuare le caratteristiche dell’errore professionale che deriva dalla trasgressione di quelle norme, che sono universalmente riconosciute valide dalla scienza.
In particolare, l’errore compiuto dal medico riguarda la diagnosi, la prognosi o la terapia e consiste nel falso apprezzamento di fatti oggettivi per i quali la scienza medica fornisce una interpretazione ufficiale o stabilisce regole precise, dettate dalle conoscenze scientifiche più avanzate e provate dall’esperienza.
L’errore è inescusabile, e quindi c’è colpa, quando sia conseguenza diretta della mancata conoscenza di principi fondamentali.
Fino agli inizi degli anni settanta, l’orientamento della giurisprudenza e di larga parte della dottrina era univoco nel ritenere equivalenti i concetti di negligenza, imprudenza ed imperizia che delineavano l’ambito della responsabilità per colpa.
Perché questa colpa potesse essere rilevante ai fini civile e penali, doveva possedere i requisiti della gravità, in quanto costituiva una palese violazione della diligenza comune ed elementare, richiesta ad un grado medio di cultura e di capacità professionali.
Contro questo orientamento che si traduceva in forma inaccettabili di impunità, insorse una parte della dottrina.
In ogni caso si dovevano conciliare due opposte esigenze: quella di non mortificare l’iniziativa del professionista, e quella di non indulgere verso non ponderate decisioni o riprovevoli inerzie del professionista.
Si ha dunque la distinzione tra colpa per imperizia e colpa per imprudenza e negligenza.

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INTRODUZIONE Quando si affronta un tema come quello della responsabilità medica, il giurista si trova di fronte, innanzi tutto, ad un problema di coscienza. Non è facile, infatti, prescindere dalla dolorosità dei casi concreti, di volta in volta sottoposti all’esame dei giudici, per trovar rifugio nella “torre d’avorio” dell’elaborazione teorica delle categorie giuridiche e in questo modo dimenticare gli “odori, i colori e i visi che da sempre popolano l’immaginario di chiunque abbia avuto a che fare con medici, ospedali e quant’altro” 1 . Forse più che altrove, è proprio in questa materia che si avverte lo scarto che inevitabilmente esiste tra il sentire comune e il “pensar diritto”, tra le categorie concettuali utilizzate dal paradigmatico “uomo della 1 FORZIATI M., La responsabilità contrattuale del medico dipendente, in Resp. civ. prev., 1998, n.3, 663 ss.

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Parole chiave

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