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La questione dell’analogia in M. Heidegger

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Pelini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Francesco Saverio Trincia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

Questo lavoro si propone di offrire un contributo alla chiarificazione di Essere e tempo, l’opera di Heidegger che, a motivo della sua incompiutezza e del suo collocarsi all’inizio di un cammino di pensiero che porterà il suo autore a revocarne il «risultato», è tutt’oggi oggetto di controversia. La tesi che l’indagine su Essere e tempo vuole dimostrare è che il tempo costituisce l’orizzonte della comprensione dell’essere in generale. Questa formulazione dello scopo dell’analitica esistenziale e l’impostazione che ad essa soggiace sono a mio avviso ancora oggi altamente problematici, ragion per cui, prescindendo dalla miriade di questioni che in quest’opera vengono affrontate, è necessario tornare ad interrogarsi sul senso di questa formulazione. Da un punto di vista generale, occorre tener fermo che il problema del tempo ha per Heidegger un senso ontologico-fondamentale: elaborare originariamente questa questione significa ripetere il problema della fondazione della metaphysica generalis, ossia il problema di una scienza delle più universali determinazioni dell’essere che, per così dire, metta al sicuro l’indagine sulla costituzione di qualsiasi determinata regione d’oggetti. In altri termini, l’ontologia fondamentale, in quanto filosofia prima dell’essente, deve rispondere alla questione: se la scoperta dell’intenzionalità è in effetti la comprensione positiva dell’incontrovertibilità della relazione immediata tra pensiero ed «essere», quali sono le determinazioni che il pensiero scopre anticipatamente (a priori) in ogni cosa in quanto in assoluto è qualcosa? È possibile raccoglierle e fondarle nell’unità di un concetto generale, il concetto di «essere»? Ora, la possibilità di rispondere a tale quesito fondamentale – e così di spalancare all’uomo le porte del sapere assoluto –, riposa sull’ulteriore questione: se l’ontologia, sin dai suoi albori nel pensiero dei Greci e per tutta la sua storia successiva, mostra di comprendere il proprio oggetto (l’essere dell’ente) entro determinazioni categoriali che significano in base al tempo, con l’elaborazione positiva di questo fenomeno (il tempo) non disporremo finalmente di un campo controllabile di discussione per la questione iniziale e finale di ogni ricerca scientifica? Ma allora non è evidente che tutta la ricerca su Essere e tempo dev’essere intesa come una grandiosa ripresa dell’interrogazione aristotelica sull’unità dell’analogia? Infatti, se ogni dire dell’essere (ontologia) deve avere presso di sé e in sé il dire del tempo, è necessario che il concetto di tempo sia traguardato come quell’unità rispetto alla quale tutti i significati essenziali dell’essere – sia quelli «trascendentali», sia quelli «materiali» –, risultano fondabili. Questo è, in sintesi, il tema della nostra ricerca. Il suo risultato provvisorio consiste nel fatto che la chiarificazione della posizione problematica di Essere e tempo consente, per la prima volta, di addivenire ad una fondazione della distinzione fra un «primo» e un «secondo» Heidegger.

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1 I N T R O D U Z I O N E Il problema del cominciamento “Proprio così bisogna parlare, Teeteto, con coraggio, piuttosto che esitare, come facevi prima, a rispondere. Se, infatti, ci compor- tiamo così, delle due l’una: o troveremo ciò a cui aspiriamo, o saremo meno convinti di sa- pere ciò che non sappiamo affatto. Ed anche un tale guadagno non sarebbe da disprezzare” (Platone, Teeteto, 187 b) Questo lavoro si propone di offrire un contributo alla chiarificazione di Essere e tempo, l’opera di Heidegger che, a motivo della sua incompiutezza e del suo collocarsi all’inizio di un cammino di pensiero che porterà il suo autore a revo- carne il «risultato», è tutt’oggi oggetto di controversia. In particolare, il dibattito intorno a questa ricerca investe direttamente il suo intento fondamentale che, ci sembra di poter affermare senza timore di essere smentiti, non è stato ancora de- bitamente posto in luce. In effetti, benché oggi disponiamo di un quadro molto più ricco del primo periodo del lavoro di Heidegger, grazie all’edizione di nume- rosi corsi universitari compresi nel decennio 1919-1929, appare incompresa la necessità di tentare di comprendere l’opera del 1927 i n b a s e a s e s t e s s a, vale a dire, all’interno di un’interpretazione che tenga conto principalmente delle nuove basi testuali senza intrecciare nella discussione – o comunque facendolo il meno possibile – testi e questioni relative alla «svolta». Del resto, l’adozione di una linea interpretativa che metta al centro Essere e tempo e muovendo dall’interno tenti di interpretarlo, ci sembra perfettamente coerente non solo con gli espliciti e meno espliciti suggerimenti ermeneutici lasciatici in merito da Heidegger – per esempio, la decisione di inaugurare l’edizione definitiva delle sue opere con il corso del semestre estivo del 1927 I problemi fondamentali del- la fenomenologia – ma, ancor prima, con l’esigenza di fornire un’analisi dei testi che sia nello stesso tempo filologicamente corretta e interpretativamente adegua- ta. Abbiamo condotto queste brevi considerazioni di carattere critico allo scopo di portare la nostra ricerca di fronte al suo primo e fondamentale problema: quello del c o m i n c i a m e n t o. Infatti, soltanto con la sua soluzione, quanto siamo venuti dicendo circa la linea interpretativa da adottarsi in vista di una compren- sione adeguata di Essere e tempo assumerà la determinatezza positiva che ancora le manca. Ora, cos’è richiesto affinché un domandare possa porsi in quanto ri- cercare e in tal modo iniziare effettivamente a muovere verso ciò di cui doman- da? L’interpretazione dev’essere mossa e guidata dalla forza di un’idea illuminante e anticipa- trice. Soltanto in virtù di tale idea, un’interpretazione può osare l’impresa, ognora temera- ria, di affidarsi all’impulso che agisce nell’intimo di un’opera, per essere aiutata a pene- trare il non detto e forzarla ad esprimerlo. E’ questa una via, per la quale la stessa idea di- rettrice giunge a rivelarsi pienamente, manifestando il proprio potere di chiarificazione 1 . 1 HGA III, § 35, p. 173.

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