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San Francesco alla corte del sultano. Fallimento del dialogo interreligioso all'alba del XIII secolo?

Informazioni tesi

  Autore: Linda Sezzi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Valentina Colombo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 241

Come si può vedere dal titolo il mio elaborato tratta l'analisi del tentativo di dialogo interreligioso operato da san Francesco nel 1219 e la ricerca se effettivamente questo tentativo abbia avuto riscontri positivi nel tempo o sia stato un insuccesso.
Dopo aver ricostruito il panorama storico politico del tempo, in cui il XIII secolo appariva chiaramente come un secolo di transizione politica e sociale, in cui la Chiesa giungeva al suo apice con Innocenzo III, avvalendomi delle fonti storiche sono passata ad illustrare il comune sentire reciproco tra comunità cristiana e comunità musulmana al fine di stabilire quale fosse il tenore dei rapporti tra le comunità, se vi fosse possibilità di dialogo ed infine per avere un metro di confronto su cui misurare la portata delle conclusioni di san Francesco dopo il suo viaggio in Egitto. Il panorama risultante è apparso alquanto sconfortante: da parte cristiana, educata nel clima delle crociate, il punto di vista era esplicitato nelle encicliche papali, in cui si leggeva lo sprezzo per i cosiddetti infedeli. D'altra parte nemmeno lo schieramento musulmano presentava possibilità di apertura: il mondo arabo si presentava chiuso su se stesso, indifferente al diverso che veniva etichettato come inferiore e imperfetto. Effettivamente quindi questo non appariva come il clima più adatto ad un tentativo di dialogo interreligioso. Ciò nonostante Francesco partì.
Per comprendere appieno la portata delle idee e delle conclusioni francescane ho ritenuto fosse opportuno fare luce sulle figura di Francesco. La mia analisi ha portato alla luce, avvalendomi dello studio diretto delle fonti autografe del santo e dei suoi contemporanei, una personalità estremamente moderna ed originale, molto diversa dalla figura del santo remissivo ed illetterato che la tradizione ecclesistica ha voluto tramandarci. Francesco era una persona istruita, parlava correttamente il francese ed era solito comporre e scrivere in entrambe le lingue e, soprattutto, proponeva idee al limite dell'ereticalità.
Dalle fonti contemporanee all'episodio e immediatamente successive sappiamo che il santo passò in Terra Santa almeno un anno. In questo lasso di tempo ebbe modo di confrontarsi con una cultura e con una religione diversa e di apprezzarle. Tornato in patria scrisse, durante la prima stesura della Regola del suo Ordine, il capitolo 16, cuore della mia analisi. In tale capitolo Francesco istruiva i suoi confratelli su come comportarsi per poter instaurare il dialogo con i musulmani. Le direttive date dal santo e le sue valutazioni sull'Islam risultavano di una modernità estrema e sconvolgenti alla luce delle idee comuni. Tali idee erano manifestatamente incomprensibili al tempo, tant'è che la cosiddetta Regola non bollata, la prima stesura della Regola francescana scritta dal santo in cui figurava questo capitolo venne rifiutata dal Vaticano che impose una pesante censura e costrinse Francesco ad eliminare il capitolo 16. Apparentementwe quindi il tentativo di dialogo instaurato dal santo di Assisi si sarebbe risolto in un fallimento.
Mi sono proposta allora di verificare se ciò che Francesco aveva scritto fosse rimasto inascoltato anche nei tempi moderni. Analizzando gli scritti del Concilio Vaticano II, i discorsi e le encicliche di Giovanni Paolo II nonchè gli scritti dei congressi della FABC il risultato è stato sorprendente: le idee di Francesco non solo erano tornate d'attualità, ma rappresentavano, oggi come allora, la strada da imboccare per il dialogo, forse l'unica strada possibile. Una via che coinvolge anche l'Islam come è risultato dall'analisi del pensiero di personalità musulmane di spicco come Mohammed Talbi.

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I Introduzione Nel giugno del 1219 Francesco partiva da Ancona alla volta dell’Egitto. Poco si sapeva allora dell’Islam: l’esperienza crociata ne forniva una chiave di lettura che avrebbe condizionato in modo determinante il rapporto tra i due mondi. Si trattava dei nemici della fede, dei primogeniti di Satana, dei figli dell’Anticristo. Molte fonti francescane narrano questo avvenimento, concentrandosi in particolar modo sull’incontro tra il santo ed il sultano. Purtroppo, i narratori del tempo avevano scopi precisi da raggiungere con le loro narrazioni: essi volevano mostrare un santo forte, sprezzante, che impone se stesso e la propria religione su un monarca ammirato e titubante riguardo al proprio credo. Lo scopo agiografico di queste fonti non era altro che quello di magnificare nell’immaginario collettivo dell’epoca la figura del santo glorioso che, sfidando i pericoli, trionfa grazie alla vera fede sui saraceni. Ma le fonti insistono anche su di un altro punto. Nonostante l’affermazione personale del santo e della sua fede sul sultano e sulla sua corte, i risultati attesi non giungono: i musulmani perseguono nella loro fede corrotta e rifiutano la salvezza del Cristianesimo. La missione di Francesco è un fallimento. Ma è davvero così? Sappiamo che Francesco vide il suo progetto di conversione del sovrano e del suo popolo restare apparentemente infruttuoso, almeno rispetto ai propositi iniziali ed alle aspettative. Ma se da una parte quest’esito dovette rappresentare per lui uno scacco, dall’altra non credo che egli ne trasse motivo di abbattimento, bensì, piuttosto, uno stimolo a meditare sul mistero dell’incomprensione tra gli uomini. Forse è in quest’ambito meditativo che, probabilmente, si celano le motivazioni del suo silenzio sull’Islam, l’assenza dei suoi giudizi negativi sui cosiddetti “infedeli”. Potremmo pensare, al riguardo, che egli rimase profondamente colpito, non tanto dall’insuccesso della sua iniziativa, bensì dal fatto che la comunicazione con uomini di credo diverso si fosse mostrata qualcosa di molto più complesso del suo entusiasmo evangelizzatore. Francesco, a Damietta, dovette prendere atto dell’impermeabilità musulmana alla sua predicazione. Nonostante tutto però il sultano e la sua corte lo ascoltarono, e dovette

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