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Macropolitiche per la gestione della diversità etnica. il caso dei Rom nella Repubblica Ceca.

Informazioni tesi

  Autore: Maria Gontcharenko
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Internazionali e Istituzioni Europee
  Relatore: Alberto Martinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 109

La causa dei Rom è diventata di grande attualità in Europa, tra le altre tematiche, durante la democratizzazione dei Paesi del blocco ex comunista. La particolare complessità della questione consiste nelle alcune contraddizioni dottrinali che successivamente creano dei problemi nell’applicazione delle soluzioni pratiche. Alcuni degli studiosi della causa mettono in dubbio la stessa esistenza dell’etnia Rom, attribuendo loro lo status di un gruppo sociale o culturale. Questa visione del problema determina delle soluzioni non complete. I Rom in Europa presentano un gruppo etnico di formazione migratoria che non assume la posizione dominante in nessuno degli Stati contemporanei. Nonostante la loro lunga presenza sul territorio dell’Europa (più di sette secoli), non si sono ancora integrati e generano dei problemi analoghi a quelli dei nuovi immigrati, con l’aggravante della continua conflittualità con la popolazione maggioritaria quasi in tutti gli Stati dove risiedono.
Durante la transizione democratica negli Stati dell’Europa centro-orientale si è evoluto un tipo di democrazia che è stato soprannominato “democrazia etnica” e si basa sulla combinazione contraddittoria di una democrazia per tutti con l’ascendente etnico. Democrazia etnica è concettualizzata come difettosa o come democrazia di seconda classe, un sistema che cade in mezzo tra la democrazia consociativa e non-democrazia, in quanto manca di caratteristiche come “eguaglianza civica” e “nazione civica”.
Dopo la rivoluzione di velluto nella Repubblica Ceca ha avuto l’inizio un’entusiastica promozione dei diritti di minoranze e i Rom, come gli altri, erano invitati a partecipare a questo processo. 11 Rom furono eletti nel Parlamento Federale e Repubblicano e sono riusciti a promuovere alcuni iniziative politiche importanti. Dopo la scissione della Cecoslovacchia, invece, la strategia del governo ceco, privilegiando le riforme economiche, ha lasciato senza dovuta attenzione il problema dei Rom. (Le condizioni delle altre minoranze etniche erano soddisfacenti). Alcune macropolitiche, come quella sulla cittadinanza, colpivano direttamente i Rom. Anche se il grosso rimane ancora da fare, è giusto riconoscere i risultati raggiunti: la base legislativa per il rispetto dei diritti minoritari è stata creata, gli organi governativi che trattano direttamente il problema sono stati istituiti, le politiche per la soluzione di alcuni problemi urgenti nel campo di istruzione, disoccupazione, sanità, sono in parte elaborati e in parte cominciano a funzionare.
La democratizzazione ha permesso ai Rom di rendere visibili le loro difficoltà. Il vuoto di rappresentanza e di partecipazione ai vari livelli viene così colmato gradualmente. Anche se il numero dei deputati Rom eletti nel 1990 non fu mai riconfermato, oggi i Rom partecipano alle decisioni che li riguardano attraverso la membership al Consiglio per gli affari della comunità Rom, un organo consultativo del governo. Rimane ancora basso il loro coinvolgimento a livello regionale e comunale. L’impiego dei Rom nelle forze d’ordine ha dato dei risultati positivi. Col tempo gli Zingari che diventano più competenti potranno accedere ad un numero maggiore di cariche pubbliche.
La particolarità del processo della democratizzazione nella Repubblica Ceca è che si è creata una certa differenza di livello. Questo Stato si è mostrato il leader della regione nel compiere il passaggio all’economia di mercato, a formare alcuni delle istituzioni democratiche quali le libere elezioni, libertà di stampa, etc., ma rimaneva indietro nella protezione delle minoranze. Solo l’intervento degli attori esterni, dell’Unione Europea soprattutto, ha determinato la svolta. Il che può costituire un esempio interessante del ruolo dell’agente sovranazionale nell’imporre il rispetto dei diritti minoritari.
Il nostro caso studio è molto concreto, ma in realtà, la questione dei Rom è molto attuale in tutta l’Europa. Le stime numeriche della popolazione Rom in Europa sono tra 7 mln e 8,5 mln, di cui quasi 6 mln vivono nell’Europa centro-orientale. Come ha detto Sergio Romano, con l’entrata della Bulgaria e Romania nell’UE, i Rom diventano “una delle più importanti minoranze europee”. Inoltre i Rom hanno tassi di riproduzione più alti della popolazione dominante locale. È prevista un’ulteriore crescita della proporzione dei Rom nell’Europa centro-orientale nel futuro prossimo.
I fattori come transnazionalità, dispersione sul territorio, multicittadinanza da una parte ostacolano l’autodeterminazione dei Rom, dall’altra, invece, fanno di loro un’etnia europea per l’eccellenza. Integrazione europea non può che facilitare l’emancipazione dei Rom, promuovere la loro organizzazione interna.

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III Introduzione Il sistema bipolare vigente durante la guerra fredda subordinava tutte le sfere dell’attività politica economica e militare alle esigenze del conflitto ideologico principale tra le due superpotenze. La fine della guerra fredda, con il ritiro pacifico di uno degli avversari, ha provocato lo sgretolamento del sistema e, di conseguenza, tutte le questioni che allora erano di importanza secondaria e che quindi erano rimaste per così dire sospese, sono venute fuori con tutta la loro urgenza. La struttura del sistema di sicurezza mondiale mutò radicalmente. L’Unione Sovietica cessò di esistere e con essa anche il Patto di Varsavia ed il COMECON. Con la fine del confronto tra i due giganti ebbe la fine anche quella relativa stabilità basata sulla mutua deterrenza. Si è passati dalla situazione di “massimo rischio – massima stabilità” alla situazione di “minimo rischio – minima stabilità”. Il revival etnico fu uno dei fenomeni più visibili che seguirono la guerra fredda. Il crollo del muro di Berlino cambiò lo scenario della distribuzione del potere in Europa. Verso la fine del secolo XX questa parte del mondo ha assistito nuovamente alla comparsa di nuovi Stati, nati dalla secessione delle pseudofederazioni e dall’unificazione della Germania. I primi governi degli Stati post-comunisti si trovarono di fronte alla pesante eredità lasciata dalla rapida uscita di scena dei regimi precedenti: vuoti di potere e di rappresentanza, istituzioni dello Stato inefficienti, necessità di riforme economiche, sociali e cambiamento dell’orientamento delle relazioni con l’estero. A queste si aggiunge tutta una altra serie di questioni legate alla riaffermazione delle proprie identità nazionali. Quasi tutti gli Stati odierni sono polietnici. 1 Le loro popolazioni non solo comprendono minoranze etniche più o meno significative, ma i confini di questi Stati non coincidono con quelli dei territori abitati dalle singole comunità etniche. Nessuno Stato si può sentire al riparo dalle frizioni etnico-territoriali. Le contraddizioni tra le politiche nazionalizzanti dei nuovi Stati e le spinte per l’affermazione identitaria dei diversi gruppi etnici hanno fatto comparire delle tensioni notevoli. 1 Con esclusione dell’Islanda, del Giappone e del Portogallo (tendente alla mono-etnicità, ma non mono- culturalità).

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