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Violenza e aggressività: origini, dinamiche e funzioni

La necessità di definire l'aggressività

Come più volte accennato, uno dei criteri basilari per formulare una buona teoria è quello di distinguere tra loro termini e concetti. Utilizzare in maniera interscambiabile termini specifici quali “violenza” e “aggressività” o, ad esempio, “pene” e “fallo”, non può che portare a confusioni di ogni genere. Nello specifico, esiste un certo grado di accordo tra gli psicoanalisti sulla necessità di distinguere la violenza dall'aggressività (Bergeret, 1984, 1987, 1994; de Zulueta, 2006; Clancier A et al., 1984) e di situare ognuna di queste due dinamiche in un terreno psichico e in un contesto socio-culturale conveniente.
Violenza non è sinonimo di aggressività, così come non è nemmeno sinonimo di pulsione di morte (Todestriebe) o di odio. Abbiamo già prima accennato che la più importante delle differenze tra violenza e aggressività risiede a livello temporale: la loro evoluzione è diacronica, nel senso che la violenza compare prima dell'aggressività. La prima rappresenta un dinamismo estremamente arcaico, individuabile già nelle primissime settimane di vita, mentre il secondo entra in gioco quando lo sviluppo libidico inizia a integrare, in maniera spesso inefficiente, la violenza primaria, fondamentale. Più nello specifico, la violenza è definita come un puro istinto di autoconservazione, primario, totale, insito in ogni specie animale (uomo compreso) e che non presenta coloriture libidiche o erotizzate. In altre parole, la violenza è talmente primitiva che le sue manifestazioni non comportano il piacere di nuocere all'altro, ma si inserisce nel quadro naturale e assolutamente autoconservativo del “tu o io”, della sopravvivenza. Al contrario “L'aggressività risulta da una combinazione realizzata secondariamente tra i dinamismi violenti e i dinamismi erotici ; la violenza è diventata allora erotizzata, poi conservata come tale, invece di mettersi al servizio delle pulsioni libidiche” (Bergeret, 1994, pag. 76). Questo significa che l'aggressività è secondaria alla comparsa della violenza, e che l'atto aggressivo presuppone un certo grado di piacere e ricerca nel nuocere all'altro (del valle Echegaray, de Borgia, 2000). Freud stesso scrive, a proposito del sadismo: “Nel linguaggio comune il concetto di sadismo oscilla da un atteggiamento meramente attivo, poi violento, verso l'oggetto sessuale fino al punto in cui il soddisfacimento è legato in modo esclusivo alla sottomissione e al maltrattamento dell'oggetto stesso.” (1905, pag. 42). Omicidi premeditati, stupri, violenze psichiche e verbali volte a trarre una qualche forma di piacere narcisistico, sono atti aggressivi che si manifestano secondo modalità tra loro diverse, ma che spogliate dei loro elementi più vistosi, rivelano un tratto comune, e cioè il piacere di nuocere. È nell'aggressività e nelle sue molteplici coloriture (odio, sadismo, masochismo, etc) che risiede il male delle persone, sempre che sia possibile attribuire una “malvagità” all'essere umano, non nella sua violenza.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Violenza e aggressività: origini, dinamiche e funzioni

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Informazioni tesi

  Autore: Maxence Smaniotto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia Clinico - Dinamica
  Relatore: Maria Vittoria  Costantini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 113

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