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Finzione d'identità in Jacques Lacan

Verso una filosofia indiretta. Lacan e Merleau-Ponty

L’errore di cui è vittima Sartre sta nel confondere il soggetto della coscienza, che come sappiamo per Lacan non è il vero soggetto, con quello dell’inconscio. In pratica anche Sartre si rifà al soggetto cartesiano, il soggetto ipnotizzato dall’illusione del vedersi vedere, che viene però a coincidere con un potere di nullificazione dal momento che - tornando a Berkeley - nulla mi assicura che esista davvero qualcosa al di là delle mie rappresentazioni. Come già Cartesio, anche Berkeley dovrà assumere l’esistenza di un Dio come garante della realtà esterna. Il dubbio cartesiano si riversa infatti sull’esterno, come se dal soggetto si sprigionasse una forza di nullificazione su tutta la realtà circostante. Il potere di nullificazione non viene però superato neanche dalla filosofia successiva: lo stesso Heidegger, secondo Lacan, priva il soggetto - anzi parliamo ora di Dasein - di tale potere, solo per restituirlo all’essere stesso; o perlomeno Heidegger pone il problema di come ci si possa riferire al suddetto potere di nullificazione. Lacan sostiene, rifacendosi a Merleau-Ponty, che il grande passo compiuto da Heidegger stia nel connotare il fondamento –inteso come ciò che sta al di là sia dell’in sé dell’oggetto che dell’esserci dell’uomo - quale luogo del nulla. Merleau-Ponty accusa però Heidegger di aver poi cercato di definire per via diretta tale fondamento quando una definizione diretta del fondamento è impossibile; all’ontologia heideggeriana Merleau-Ponty contrappone così una filosofia negativa, un metodo indiretto, perchè l’essere non ha fondamento. “Mi sono venute meno le parole, ebbe poi a confessare Heidegger. Le parole della fenomenologia. Cioè della filosofia. Essere erano inadeguate a esprimere l’essere”.
Merleau-Ponty opera un ritorno all’intuizione, a ciò che sta prima di ogni riflessione, il punto non teorizzabile da cui visibilità e invisibilità hanno origine.In questo modo egli si distacca dallo sguardo pieno della coscienza cartesiana per affermarne l’impossibiltà, in quanto l’essere verso cui essa si rivolge non è a sua volta un essere pieno, ma un essere che porta con sè il non-essere. Presenza e assenza sono per Merleau-Ponty coesistenti, si appartengono a vicenda. Allo stesso modo, non si tratta più di una passività che viene prima dell’attività, come ci dice Sartre, ma piuttosto passività e attività sono simultanee, cooriginarie, opposte facce della stessa medaglia tenute assieme e nello stesso tempo separate da quel punto di schisi che già avevamo ritrovato nell’espressione rovesciamento a dito di guanto.
Queste riflessioni, rintracciabili nella filosofia dell’ultimo Merleau-Ponty, in particolare nell’opera Il visibile e l’invisibile, si sposano col pensiero lacaniano: siamo ben lontani dall’illusione di certezza che si riponeva nel cogito cartesiano e ugualmente distanti da una filosofia sartriana che non riesce in definitiva a portarsi al di là del dualismo spirito-sostanza, soggetto-oggetto, uomo-mondo. Ciò risulta evidente dalla definizione che Sartre dà dei concetti di per sé e in sé, dove il primo sta per puro non-essere e il secondo per puro essere. In questa visione è rintracciabile lo schema cartesiano che si esplica nel dualismo di res extensa e res cogitans, conducendo inevitabilmente ad una filosofia del soggetto puro - il cogito ergo sum - da cui l’intera esistenza dovrebbe derivare.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Finzione d'identità in Jacques Lacan

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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Arcelli Fontana
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Carmine Di Martino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

FAQ

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