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"L'immagine" del dolore. Analisi semiotica delle immagini dell'attacco al World Trade Center e dell'alluvione nel messinese del 2009

L’abitudine all’immagine del dolore

Nel 1995 C. Mullin e D. Linz, docenti presso il dipartimento di comunicazione dell’Università di Santa Barbara in California, hanno condotto uno studio sull’assuefazione derivante dalla sempre maggiore esposizione dei soggetti/spettatori ad immagini di dolore.56 Lo studio è stato condotto mostrando ad un campione selezionato dei filmati di violenze sessuali. Il test prevedeva la visione ripetuta di questi filmati e mano a mano che i video scorrevano i soggetti erano tenuti a giudicarli e commentarli. Si è scoperto come col passare del tempo queste immagini venivano indicate come meno violente e stimolavano una minore risposta emotiva personale in chi li osservava. Dopo 3 giorni di visione i soggetti del test esprimevano sempre meno solidarietà nei confronti delle vittime delle violenze rappresentate. Mentre un gruppo di controllo che non li aveva mai visionati li giudicava come violenti e provava sentimenti di solidarietà per le vittime. Questo studio sembrerebbe confermare la tesi che afferma che l’esposizione alle immagini del dolore in modo progressivamente crescente genererebbe assuefazione in chi le guarda.58 Se volessimo fare un esempio cinematografico potremmo parlare della famosa scena del film “Arancia meccanica” in cui il protagonista è obbligato a vedere scene di violenza per “curarsi” dalla sua malattia. Oggigiorno sembra quasi che i media non aspettino che mostrarci qualcosa di sempre più forte. Si potrebbe paragonare la somministrazione di queste immagini ad una droga che col tempo finisce per logorare la nostra sensibilità ed il valore, la dignità del dolore e della sofferenza altrui. Sembrerebbe quasi che gli occhi degli spettatori da indignati si stiano trasformando in segreti cacciatori di “nuove emozioni”,spinti dalla curiosità di una cosa che sembra così distante da noi ma che in realtà ci appartiene: la morte. La consueta abitudine così finisce per essere rotta dallo shock improvviso e dal lugubre voyerismo, come se fossimo rassicurati dal vedere la morte e la sofferenza altrui. Le ultime parole, l’ultimo respiro, la morte, diventano notizia comune che finisce per non scuotere più le nostre coscienze. Anzi, si tende a spettacolarizzare tali eventi, rendendoli sempre meno distanti da noi osservatori/consumatori. Nel momento in cui tutti possono documentare/fotografare, la fotografia in qualche modo, si inflaziona perdendo tutta la sua forza e divenendo fenomeno di massa. Si direbbe in termini giornalistici “dentro al disastro”, ma se ci pensiamo, la nostra distanza – fisica e morale – ci fa sentire al sicuro. Ma rimane da chiedersi se questa presunta assuefazione, questa sovraesposizione al dolore, possa, col tempo, cambiare il nostro modo di giudicare quanto vediamo. Se finiamo per abituarci alle immagini del dolore, finiamo per farlo anche nei confronti di cosa ha provocato il dolore che stiamo osservando? Questa insensibilità è ovvio che acuisca l’incolmabile distanza tra chi muore o soffre e chi lo osserva. Ma è pur vero che osservare queste immagini stimola reazioni differenti in ognuno di noi: si passa dalle proclamazioni di vendetta, agli appelli di pace o ci si limita ad avere la vaga consapevolezza del fatto che in giro per il mondo, lì dal qualche parte, in qualche paese lontano, accadono cose orribili per le quali noi non possiamo fare nulla.

Questo brano è tratto dalla tesi:

"L'immagine" del dolore. Analisi semiotica delle immagini dell'attacco al World Trade Center e dell'alluvione nel messinese del 2009

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Brandino
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Messina
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: DAMS
  Relatore: Francesco Parisi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

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