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Evoluzione del Potere d'Agenda legislativo nella Camera dei Deputati

Regole della discussione in Aula

Come si comportava il nuovo Regolamento in merito ai tentativi ostruzionistici, ovverosia piegare gli articoli del testo con l'obiettivo di danneggiare i proponimenti di altre fazioni politiche? L'organizzazione per Uffici era alquanto permissiva sotto questo punto di vista, mentre l'avvento delle Commissioni agì come forza frenante rievocando tale pratica solo in materie dal forte impatto politico come l'adesione al Patto Atlantico o la riforma elettorale (Tanda 2001, 707).

L'occasione della riforma regolamentare poteva impedire il manifestarsi di altri episodi attraverso un rigido contingentamento dei tempi di discussione ed una maggior preminenza dei presidenti dei Gruppi o altre cariche istituzionali rispetto ai singoli deputati. Non fu così, in parte per salvaguardare l'Assemblea dall'intromissione del Governo nei suoi lavori, in parte per contrastare le critiche di eccessivo autoritarismo che un maggior potere ai capigruppo o Presidente d'Assemblea avrebbe comportato.

Il tempo di discussione fu graduato secondo l'importanza della discussione: “non può eccedere i 45 minuti per la discussione sulle linee generali e i 20 minuti su ciascun articolo o emendamento” (art. 39), eccezion fatta per le mozioni di fiducia (max 1 ora). La durata standard era di 30 minuti (tempo massimo previsto per la lettura di un discorso: pochi parlamentari ormai parlano a braccio), circa il doppio del tempo concesso dai Regolamenti ottocenteschi i quali fissavano la durata di un intervento a non più di 15 minuti (v. par 2.1).

“Il Presidente può, a suo insindacabile giudizio, interdire la parola ad un oratore che, richiamato due volte alla questione, seguiti a discostarsene” (art. 39). Il potere di interdizione dell'oratore fu trasferito dal voto palese dell'Aula come previsto dal Regolamento del 1949 alla discrezione del Presidente d'Assemblea. Svariati emendamenti tentarono di abolire l'innovazione della Giunta ristabilendo quanto disposto dal Regolamento precedente, ma per evitare che la maggioranza dell'Aula possa restituire la parola ai propri rappresentati e mettere a tacere quelli opposti si preferì assegnare tale potere al Presidente (il cui esercizio è comunque vincolato dal secondo richiamo formale). I Gruppi intenzionati a fare ostruzionismo potevano eventualmente appellarsi alla variante dell'ordine del giorno. Il lapidario primo comma articolo 27 (“L'Assemblea o la Commissione non può discutere né deliberare su materie che non siano all'ordine del giorno”), disposto per venire incontro a situazioni imprevedibili o della massima urgenza, venne in parte sminuito dal secondo comma in cui si disciplinarono quelle condizioni per “per discutere o deliberare su materie che non siano all'ordine del giorno”.

Esse sono in numero di tre (Manzella 1991, 120):
- di tempo: sussistono solo tre momenti in cui l'Aula può deliberare una variazione dell'odg. All'inizio di ciascuna seduta; quando si è affrontato un punto all'ordine del giorno e si stia per passare ad altro punto dell'ordine del giorno; quando la discussione sia stata sospesa;
- di quorum di ricevibilità: la richiesta deve essere motivata e appoggiata da un qualunque Presidente di Gruppo o almeno 10 deputati. Una cifra tutto sommato irrisoria: durante la V Legislatura 8 Gruppi su 10 (incluso il Gruppo Misto) superavano la decina di membri e quindi potevano almeno avanzare la richiesta di variazione;
- di quorum di approvazione: la relativa facilità di presentazione di una mozione all'ordine del giorno venne controbilanciata dal voto a maggioranza qualificata per approvare la richiesta. La votazione (oltretutto a scrutinio segreto, contrariamente ad altri casi procedurali) richiedeva quindi una soglia superiore ai 3/4 dei presenti in Aula, bloccando di fatto sul nascere qualsiasi richiesta presentata con fini ostruzionistici e non oggettivamente valida.

Il Regolamento del 1971 affrontava, ma non risolveva le pratiche ostruzionistiche messe in atto dai deputati sin dalla Camera sabauda. Gli interventi mirati a controllare i tempi d'intervento, lasciarono scoperti altri nervi regolamentari su cui i Gruppi minoritari già dalla legislatura successiva esercitarono pressione.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Evoluzione del Potere d'Agenda legislativo nella Camera dei Deputati

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Informazioni tesi

  Autore: Nicolò Pellegatta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Francesco Zucchini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

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