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Autoferimento in adolescenza. Correlati, fattori di rischio e rapporto con il comportamento suicidario.

Possibili spiegazioni del legame tra autoferimento e suicidalità

Nonostante molti sforzi siano stati fatti per identificare i fattori di rischio che differenziano gli individui con nonsuicidal self-injury dagli individui con comportamenti suicidari, poca attenzione è stata data al perché i comportamenti suicidari e il NSSI siano legati l’un l’altro. Tuttavia, da un punto di vista teorico, è importante chiedersi perché il NSSI può aumentare il rischio di mettere in atto comportamenti suicidari per alcuni individui, ma non per altri.
Allo scopo di cercare di spiegare il legame tra NSSI e comportamenti suicidari, sono state proposte tre teorie: (a) la teoria del passaggio, (b) la teoria della terza variabile, (c) la teoria della capacità acquisita di suicidio. Inoltre recentemente alcuni Autori hanno suggerito un modello che integra queste teorie, considerando i punti di forza e di debolezza di ognuna di esse e le evidenze empiriche a sostegno di ogni ipotesi (Hamza, Stewart & Willoughby, 2012).

La teoria del passaggio

Come già detto in precedenza, alcuni teorici e ricercatori hanno suggerito che l’autoferimento, inteso come nonsuicidal self-injury, e i comportamenti suicidari possano essere disposti lungo un continuum di comportamenti autolesivi in base alla letalità e alla gravità del comportamento stesso, con il NSSI ad un estremo e il suicidio completo all’altro (Brausch & Gutierrez, 2010; Linehan, 1986; Stanley, Winchell, Molcho et al., 1992). Secondi i sostenitori di questa ipotesi, il NSSI e il comportamento suicidario condividono alcune qualità esperienziali: ad esempio il NSSI e il comportamento suicidario sono entrambi atti intenzionali che causano un danno fisico a se stessi, al di là del fatto che il tentato suicido (diversamente dal NSSI) ha come obiettivo il porre fine alla propria vita (Stanley, Gameroff, Michalsen et al., 2001).
A partire da questa ipotesi, la teoria del passaggio sostiene che il NSSI preceda lo sviluppo di comportamenti suicidari, in quanto i comportamenti suicidari deriverebbero da un aggravamento del NSSI stesso. In altre parole si può dire che, così come la marijuana è considerata una droga di passaggio che conduce progressivamente all’uso di droghe più forti (Golub & Johnson, 1994; Rebellon & Grundy, 2006), il nonsuicidal self-injury può essere considerato come una forma autolesiva di passaggio che, aggravandosi, porta a manifestazioni autolesive via via sempre più gravi e letali, fino ad arrivare al tentato suicidio e al suicidio.
La teoria del passaggio ha trovato supporto nelle numerose ricerche che hanno dimostrato che il NSSI predice i comportamenti suicidari (Andover & Gibb, 2010; Asarnow, Porta, Spirito et al., 2011; Darke, Torok, Kaye et al., 2010; Favaro, Santonastaso, Monteleone et al., 2008; Nock, Joiner, Gordon et al., 2006; Tang, Yu, Wu et al., 2011; Whitlock, Muehlenkamp & Eckenrode, 2008; Whitlock & Knox, 2007), e che la frequenza del NSSI è predittiva della frequenza e della letalità dei tentati suicidi (Andover & Gibb, 2010; Darke, Torok, Kaye et al., 2010; Garrison, Addy, McKeown et al., 1993; Prinstein, Nock, Simon et al., 2008; Schwartz, Cohen, Hoffmann et al., 1989; Whitlock & Knox, 2007).
In aggiunta il fatto che il NSSI predice i comportamenti suicidari anche dopo aver controllato altri fattori di rischio, come la depressione (Andover & Gibb, 2010; Asarnow, Porta, Spirito et al., 2011; Tang, Yu, Wu et al., 2011), la mancanza di speranza (Andover & Gibb, 2010; Wilkinson, Kelvin, Roberts et al., 2011), il funzionamento familiare (Wilkinson, Kelvin, Roberts et al., 2011), e le caratteristiche del disturbo borderline di personalità (Andover & Gibb, 2010), è in accordo con la teoria del passaggio, in quanto sembra esserci qualcosa di unico nel NSSI che contribuisce ad aumentare il rischio per un individuo di sviluppare comportamenti suicidari.
La teoria del passaggio, considerando il NSSI e la suicidalità come manifestazioni diverse della stessa forma di comportamento, rende anche conto del fatto che NSSI e comportamenti suicidari si presentano comunemente insieme all’interno di vari gruppi clinici e non (Asarnow, Porta, Spirito et al., 2011; Bebbington, Minot, Cooper et al., 2010; Hilt, Nock, Lloyd-Richardson et al., 2008; Jacobson, Muehlenkamp, Miller et al., 2008; Nock, Joiner, Gordon et al., 2006; Wilcox, Arria, Caldeira et al., 2011).
Infine a sostegno della teoria del passaggio c’è anche l’evidenza che l’età d’esordio del NSSI tende ad essere più precoce rispetto a quella dei comportamenti suicidari; ciò suggerisce che in media il NSSI tende a precedere evolutivamente i comportamenti suicidari (Muehlenkamp & Gutierrez, 2007; Nock, Borges, Bromet et al., 2008; Ougrin, Zundel, Kyriakopoulos et al., 2011). Ad esempio Ougrin e coll. (2011) hanno dimostrato che adolescenti autoferitori riportavano di aver messo in atto condotte di nonsuicidal self-injury per la prima volta ad un’età significativamente più precoce (13,8 anni) rispetto a quanto riportato da altri adolescenti relativamente all’età d’esordio dei comportamenti suicidari (15,4 anni). Similmente Darke e coll. (2010) hanno trovato che l’età d’esordio del NSSI risultava significativamente più precoce dell’età del primo tentativo di suicidio all’interno di un campione di adulti abusatori di sostanze illecite. Più nello specifico l’età di comparsa del NSSI viene fatta risalire alla prima adolescenza, intorno ai 13 anni (Glenn & Klonsly, 2009; Heath, Toste, Nedecheva et al., 2008; Nock, 2010; Nock & Prinstein, 2004; Whitlock & Knox, 2007), mentre l’età media d’esordio dei comportamenti suicidari è di circa 16 anni (Nock, Borges, Bromet et al., 2008).
L’ipotesi che l’esordio dei comportamenti suicidari sia preceduto da un’escalation di gravità dei comportamenti di NSSI può essere testata solo utilizzando disegni di ricerca longitudinali, in quanto le ricerche trasversali non permettono di trarre conclusioni sulla direzionalità del legame. Ad oggi, benché siano state effettuate solo tre ricerche longitudinali, tutte hanno fornito dati a favore della predittività del NSSI nei confronti dei comportamenti suicidari (Asarnow, Porta, Spirito et al., 2011; Prinstein, Nock, Simon et al., 2008; Wilkinson, Kelvin, Roberts et al., 2011).
Va detto però che, vista la scarsità di ricerche longitudinali attualmente disponibili (Asarnow, Porta, Spirito et al., 2011; Prinstein, Nock, Simon et al., 2008; Wilkinson, Kelvin, Roberts et al., 2011) e alla luce del fatto che esse sono state eseguite solo su campioni clinici di adolescenti, l’entusiasmo per la teoria del passaggio va necessariamente ridimensionato. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Autoferimento in adolescenza. Correlati, fattori di rischio e rapporto con il comportamento suicidario.

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Informazioni tesi

  Autore: Veronica Sorte
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia clinica, dello sviluppo e neuropsicologia
  Relatore: Fabio Madeddu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

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Parole chiave

adolescenza
fattori di rischio
suicidalità
autoferimento

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