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Il libro nel Medioevo

E’ veramente proibita la chiave della scrittura per le donne del XV secolo?

È possibile rispondere a questa domanda affondando lo sguardo nelle migliaia di lettere presenti nell’Archivio Mediceo Avanti il Principato. Tra queste lettere se ne ritrovano molte scritte da Claudia Severa, Margherita Dantini, Alessandra Macinghi Strozzi, Isabella Guicciardini, donne sottratte alla vita sociale e immerse nelle mura domestiche o conventuali. Sono donne che sembra acquisiscano sicurezza nel trasferire in scrittura il linguaggio quotidiano, in particolar modo nel caso delle lettere; l’alfabeto è il veicolo attraverso il quale danno forma ai propri sentimenti, alle proprie emozioni e necessità. La lettera è il luogo in cui si appropriano di strumenti tipicamente maschili, come la scrittura, senza il bisogno di chiedere il consenso sociale; nella lettera il disagio femminile è superato, accantonato, per dar spazio alla comunicazione dei propri pensieri. Senza dubbio, il numero di lettere riconducibili alla donna, sono in misura assai ridotta rispetto a quelle vergate da mano maschile, ma sufficienti a contrastare la tesi di Burckhardt, secondo il quale nel Rinascimento l’educazione delle donne appartenenti alle classi sociali più elevate era essenzialmente simile a quella maschile. Molte sono le lettere intitolate a donne, ma scritte da altri; escludendo le lettere di regnanti e principesse, quasi sicuramente non autografe, e le lettere vergate da monache, si denota “che le donne ricorrevano con frequenza al servizio di scriventi delegati.” È possibile sostenere questa tesi osservando le diverse lettere recanti la stessa sottoscrizione, ma una grafia sempre diversa; inoltre non è raro il caso in cui le lettere sono scritte da un delegato, ma firmate di proprio pugno dalla stessa mittente.
Fra le lettere sopra citate, ad esempio, si ritrovano quelle scritte da Lucrezia, figlia primogenita di Lorenzo dei Medici, la quale nel 1479 scriveva alla nonna, forse per timore reverenziale nei confronti del padre; così per evitare il giudizio forse troppo severo del padre, preferì presumibilmente esercitarsi nei suoi primi scritti indirizzando le proprie lettere alla nonna. Osservando le sue lettere, si rileva come Lucrezia avesse difficoltà a dosare l’inchiostro, non era in grado di rispettare un modello grafico, non sapeva riprodurre correttamente alcune lettere particolarmente difficili quali la d e la g, ricorreva casualmente alle lettere maiuscole, le lettere non avevano la stessa dimensione. Da una lettera scritta da Piero, fratello di Lucrezia, al padre è possibile appurare che i figli maschi abbiano ricevuto un’educazione assai diversa rispetto alla primogenita; un fratello di sette anni è in grado di maneggiare correttamente l’alfabeto e conosce il latino e il greco, il fratello di quattro anni sta iniziando a leggere, mentre Lucrezia, adolescente di nove anni, ignora le lingue antiche, ma nell’ordine sa cucire, cantare e leggere. Si può supporre che, secondo la prassi dell’epoca, sia stata la madre Clarice Orsini ad avviare Lucrezia all’alfabeto basilare. Dalle lettere autografe che ci rimangono di Clarice si nota che non sia pienamente padrona delle proprietà grafiche, sebbene sia da dire che le lettere siano state scritte in giovane età da Roma e destinate al promesso sposo Lorenzo; si suppone che il livello grafico non sia migliorato dopo il trasferimento a Firenze. Fu sempre restia a scrivere di proprio pugno e una volta stabilitasi in casa Medici, approfittò del servizio di segretari e cancellieri, tra i quali si cita Angelo Poliziano, dotto precettore, affinché descrivessero perfettamente le sue emozioni, ansie, bisogni, attese e le comunicassero al marito.
Altro personaggio di spicco è Lucrezia Tornabuoni, moglie di Piero di Cosimo, è personaggio di rilievo per le sue qualità, ma anche per la partecipazione alla vita politica fiorentina e letteraria, sembra allontanarsi dalla perfezione solo quando impugna una penna, con la quale non ha un buon rapporto. Osservando le poche lettere autografe si può supporre che abbia ricevuto un’istruzione al pari delle altre ragazze borghesi del tempo; molte delle sue lettere, nonostante il suo alto livello culturale, sono state scritte da mediatori, quali i fratelli. Le poche lettere autografe di Lucrezia mostrano come non solo non fosse abile nella scrittura, ma non fosse neppure in grado di temperare la penna, di dosare l’inchiostro, di mantenere l’allineamento sul rigo, maldestra nelle abbreviazioni e ignara di punteggiatura; eppure nella firma preferiva la forma ti piuttosto che z; si suppone che se fosse vissuta a contatto con verseggiatori e intellettuali, la sua attività creativa non si sarebbe annullata, finendo per morire isterilita dalla mancanza di stimoli.
Dal matrimonio tra Lucrezia e Piero nacquero Bianca e Nannina, entrambi impararono a scrivere e non lo facevano sporadicamente da quanto dimostrano le loro lettere; si percepisce che abbiamo ricevuto un’educazione volgare ma non rudimentale.
Tutte queste scritture analizzate sono spesso sfuggenti alle classificazioni, difficili da affiancare ai modelli tradizionali, sono scritture che rifiutano standard schematici che negano alla donna l’accesso alla scrittura, ma sono scritture che raccontano i sentimenti delle donne, in modo confuso e disorganizzato.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il libro nel Medioevo

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Informazioni tesi

  Autore: Denise Minerva
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi del Piemonte Orientale A.Avogadro
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Alessandro Barbero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

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