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Il debito pubblico italiano: origini, teorie, problematiche ed alternative

Il debito italiano nel nuovo secolo

Il nuovo secolo si apre con una nuova vittoria del governo di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, con Giulio Tremonti responsabile dell’Economia e delle Finanze. L’inizio dell’esperienza del nuovo governo, fu segnato da un’aspra polemica sul vero stato dei conti pubblici: di fatto il governo in carica accusava il precedente di aver sottovalutato e consapevolmente nascosto i dati sullo stato reale di quei conti. L’idea prevalente del nuovo governo, si basava sul nuovo clima di fiducia instaurato nell’economia da un governo di chiara ispirazione orientata al mercato, viste le origini imprenditoriali del Presidente del Consiglio, favorevole all’iniziativa imprenditoriale e alle privatizzazioni che, avrebbero provocato un’accelerazione della crescita economica e di conseguenza una riduzione del rapporto del debito col Pil, senza aumentare la pressione fiscale anzi, addirittura riducendola.. Nella realtà però, le cose andarono diversamente. Alla fine dell’anno, anche a seguito dell’attacco terroristico dell’11 settembre alle Torri Gemelle a New York, la congiuntura internazionale era peggiorata.

Nel 2002 il tasso di crescita dell’economia si ridusse drasticamente allo 0,5%. Nonostante l’ottimismo manifestato dai documenti economici che prevedevano per il 2003 tassi di crescita del Pil superiori al 2%, le cose andarono diversamente e l’avanzo primario, in percentuale del Pil, continuava a ridursi e l’indebitamento netto a crescere. Nella seconda metà del 2002, il governo si rese conto della necessità di un intervento correttivo e, per mantener fede alla promessa elettorale di ridurre le tasse, questo intervento si limitò essenzialmente a produrre aumenti di entrate temporanee, come erano quelle di cartolarizzazione degli immobili.

Tra il 2001 e il 2002 vi fu un miglioramento del disavanzo totale per effetto della caduta del peso delle spese per interessi sul Pil, passate dal 6,3% nel 2001 al 5,3% nel 2002. Tra il 2001 e il 2002 l’indebitamento netto del settore pubblico si ridusse lievemente, arrivando al 2,9% del Pil. Il peso del debito pubblico scese dal 108,8% al 105,7%. Il 2003 fu un anno molto difficile in quanto la crescita economica non ripartiva anzi, in quell’anno il Pil non crebbe affatto. Nell’economia europea la crescita rimaneva più bassa che negli Stati Uniti, ma nell’economia italiana erano sempre più evidenti ritardi e inefficienze strutturali che rendevano la crescita riforme economiche di largo respiro, che peraltro non vennero intraprese. Per rilanciare l’economia non c’era un impegno sufficiente sul piano delle riforme strutturali. Il governo, ormai prigioniero della promessa elettorale della riduzione delle pressione fiscale, si limitava a proporre una riforma fiscale basata sulla riduzione delle aliquote Irpef e sulla riduzione dell’Irpeg, contando sull’effetto annuncio. Ma la credibilità dell’annuncio venne presto e messa in discussione dal fatto che la riforma continuava a rimanere sulla carta. Nella pratica, il governo per contenere il disavanzo, si affidò a misure di condono fiscale che ebbero l’effetto di aumentare la pressione fiscale dal 40,8% nel 2002 al 41,4% nel 2003. Si verificarono incertezze e ritardi nel realizzare il piano di dismissioni immobiliari e, più in generale, nel processo di privatizzazioni. La quota della spesa pubblica sul Pil continuava a salire passando dal 47,7% del 2002 al 48,6% del 2003, anche se bisogna riconoscere l’aumento consistente della spesa per investimenti, la cui quota sul Pil salì in un solo anno dal 3,4% al 4,1%. Tra il 2002 e il 2003 l’avanzo primario continuava a ridursi passando dal 2,7% all’1,6% del Pil, nonostante la discesa della spesa per peggiorava passando dal 2,9% al 3,5%. Il peso del debito pubblico continuava, seppur rallentandola, la sua discesa, passando dal 105,7% del 2002 al 104,4% del 2003. Nel 2004 le cose sotto il profilo della crescita economica migliorano, con un tasso di crescita dell’1,2%, comunque inferiore a quello dell’area euro. Sotto il profilo della finanza pubblica, le cose invece non miglioravano.

In molti paesi europei si verificò un allentamento delle politiche di bilancio, al punto che la Commissione europea aveva ritenuto di iniziare una procedura per disavanzi eccessivi nei confronti di Francia e Germania, ma anche della Grecia e dei Paesi Bassi. Di fronte ad un invito della Commissione europea all’Italia a intervenire più decisamente per evitare il permanere della quota dell’indebitamento netto sul Pil al di sopra del 3%, il governo varò misure aggiuntive evitando così che a Bruxelles venisse presa la decisione formale di inviare a Roma un Early Warning. Nella sostanza però, la manovra di bilancio continuava a puntare su sanatorie fiscali e sulle dismissioni immobiliari; in questo modo, a fronte di misure temporanee di entrata si avevano aumenti permanenti di spesa. Alla fine dell’anno, la quota di indebitamento netto sul Pil rimane al 3,5%, mentre l’avanzo primario si è ulteriormente ridotto all’1,2%. La quota del debito 2004. Già nel luglio 2004, il nuovo Ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, aveva rilevato che la quota tendenziale di indebitamento sul Pil, prevista per il 2005, sarebbe stata del 4,4%. Una situazione allarmante che induceva ad impostare una manovra di bilancio per il 2005, con cui ci si proponeva di abbassare il livello dell’indebitamento netto sul Pil al 2,7%; manovra basata su limiti alla crescita della spesa pubblica corrente e su un’intensificazione delle dismissioni immobiliari al fine di compensare il mantenimento di misure di riduzione delle aliquote Irpef.
La manovra fu studiata, considerando una previsione ottimistica per il tasso di crescita del Pil, stimato al 2,1%, ma nell’aprile del 2005, il governo fu costretto ad abbassare la previsione sulla crescita del Pil all’1,2% e di conseguenza ad innalzare la quota dell’indebitamento netto sul Pil. Ad aggravare la situazione, contribuì l’insufficiente crescita economica europea rispetto a quella mondiale e alla stessa crescita degli Stati Uniti. Questa particolare debolezza, induceva il Consiglio dell’Unione Europea a varare misure di adeguamento del Patto di stabilità e crescita, improntate ad una maggiore flessibilità. L’Italia continuava ad essere il fanalino di coda dell’Europa e, nel luglio 2005, il Consiglio dell’Unione europea le riconobbe una situazione non temporanea di disavanzo eccessivo ma, in considerazione della particolare debolezza dell’economia italiana, le venne accordato un termine di due anni per porre fine a quella situazione. Nel settembre 2005, al Ministero dell’Economia venne richiamato Giulio Tremonti, che aggiornò la manovra di bilancio per il 2006 rendendola più incisiva, puntando per due terzi in minori spese e per poco più di un terzo in maggiori entrate.
Tuttavia mancavano misure strutturali in grado di incidere in modo permanente sui comportamenti di spesa degli enti pubblici così da innescare meccanismi che riducessero la spesa corrente e la rendessero al tempo stesso più efficiente. Il 2005 si chiudeva per l’Italia con un tasso di crescita nullo, mentre l’area Euro non registrava un tasso di crescita particolarmente elevato pari all’1,3% ma pur sempre positivo, e comunque ben inferiore al 3,5% degli Stati Uniti, per non parlare del quasi 10% della Cina e dell’8,3% dell’India. Il disavanzo pubblico rispetto al Pil saliva dal 3,5% del 2004 al 4,2% del 2005, superando ormai per il terzo anno consecutivo il limite del 3% fissato dal Trattato di Maastricht. Il debito pubblico in rapporto al Pil ricominciava a salire, passando dal 103,8% del 2004 al 105,8% del 2005.

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Informazioni tesi

  Autore: Vito Ceglie
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università Telematica "E-Campus"
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e commercio
  Relatore: Manuela Ciani Scarnicci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

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