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Gli ideali repubblicani nel colonialismo del XIX secolo interpretati da Giovanni Bovio

Adua: la disfatta

Quando si vuole indicare un momento particolarmente tragico della storia d’Italia, una sconfitta significativa, dall’Unità ad oggi, si fa spesso riferimento alla battaglia di Adua, evento culminante della guerra d’Abissinia e tappa fondamentale dell’avventura coloniale italiana di fine Ottocento, che nel 1896 determinò la disfatta dell’esercito italiano in terra d’Africa in uno scontro cruento con le truppe abissine del Negus Menelik.

La guerra in Abissinia era, in realtà, già stata negativamente segnata nel dicembre del 1895, quando le truppe etiopiche avevano attaccato i presidi italiani nell’aspra regione del Tigrè, principale via che collegava l’Etiopia all’Eritrea, quest’ultima all’epoca, colonia italiana. Il 7 dicembre 1895, infatti, presso il monte Amba Alagi91, da cui la battaglia prese il nome, il presidio italiano guidato dal maggiore Pietro Toselli, composto da 2.300 uomini tra nazionali ed indigeni, venne assalito e colto di sorpresa da circa 30.000 abissini; nello scontro le forze italiane vennero annientate. A questa sconfitta si aggiunse poi il 22 gennaio 1896 la resa del presidio di Makallè che aveva resistito ad un assedio di circa due mesi.

In realtà questi eventi furono soltanto la premessa di ciò che poi si realizzerà da lì a poco nella Caporetto d’ Africa, la battaglia di Adua, interpretata non solo come un momento cruciale della storia d’Etiopia ma anche e soprattutto come riflesso della situazione dell’Italia postunitaria e delle sue ambizioni colonialiste. L’Italia, infatti aveva intrapreso i primi timidi passi in Africa Orientale riscattando dalla Rubattino il piccolo stabilimento di Assab ed installandosi a Massaua; una volta imboccata la via dell’espansione coloniale, il desiderio imperialista non si sarebbe fermato e accontentato dei porti di Assab e Massaua, ma avrebbe aspirato alla conquista del cuore dell’Abissinia.

Fin dai decenni immediatamente successivi alla disfatta di Adua, molti storici anche militari, hanno tentato di fornire una spiegazione plausibile ed esaustiva sui perché del disastro, arrivando ad ipotizzare, a livello strategico, responsabilità a carico del vertice politico-militare, e sul piano tattico, della catena di comando, nonché ad evidenziare anche il non trascurabile carico di “sfortunate” circostanze. Tenendo presente i numerosi ed evidenti fattori che hanno influenzato senz’altro le vicende di Adua, si può di certo affermare che quella sconfitta ebbe radici lontane le quali ebbero ripercussioni su ciò che rappresenta la nostra prima avventura coloniale intrapresa anche allo scopo di alleggerire, con una politica estera aggressiva, i numerosi problemi economico-sociali che in quegli stessi anni affliggevano la nazione e che, in seguito, verranno a concretizzarsi con lo sviluppo delle tendenze anarchiche ed insurrezionaliste che porteranno all’attentato di Re Umberto I.

Non è certo questa la sede per un’analisi generale della situazione politica-sociale che, in ogni caso finì per ripercuotersi sui fatti che caratterizzarono la crescita dello Stato nazionale negli ultimi vent’anni del 1800, ma occorre almeno soffermarsi sull’organizzazione del vertice politico-militare dell’Italia di quegli anni per poter capire il contesto in cui si mossero i protagonisti di Dogali, Amba Alagi, Makallè ed Adua. Negli anni ’80, parallelamente all’esaltazione politica da parte del governo Crispi per Bismarck, il nostro giovane esercito passò bruscamente dall’infatuazione per tutto quello che era francese ad una nuova passione, quella prussiana; una diretta conseguenza di ciò fu la nascita della costituzione dello Stato maggiore, i cui principi si poggiavano su nuovi concetti legati all’organizzazione militare, alla conoscenza delle linee d’azione dell’avversario, allo studio accurato del terreno sul quale si sarebbero svolte le vicende belliche.

In Italia, però, la cultura dello Stato maggiore non fu subito intimamente sentita, perché l’organizzazione ed il ricorso al metodo per la risoluzione dei problemi militari si scontrava con quanto nell’intimo entusiasmava la nostra nazione: il “garibaldinismo”, ovvero il ricorso all’improvvisazione per compensare difetti organizzativi e di gestione nell’ ambito militare e non. Nonostante questo, anche in Italia, sul modello dello Stato maggiore, venne fondata una scuola di guerra, con lo scopo di selezionare gli ufficiali più meritevoli; a questa categoria apparteneva il generale Arimondi, impegnato poi nella celebre vicenda dei fatti di Dogali. Della categoria dei “garibaldini”, faceva invece parte il generale Oreste Baratieri, soldato di occasione non di professione che aveva infatti partecipato alla spedizione dei mille, e ciò gli permise di coltivare importanti amicizie con uomini politici del tempo tra cui lo stesso Crispi; fu proprio quest’ultimo, all’epoca capo del governo, che nel 1892 decise di nominare Baratieri governatore della Colonia.

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Gli ideali repubblicani nel colonialismo del XIX secolo interpretati da Giovanni Bovio

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Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Iannattone
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze della politica
  Relatore: Maria Cristina Laurenti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 132

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