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Il cinema di Woody Allen: l'umorismo tra realtà ed immaginazione

Quaderni di Serafino Gubbio operatore

È con il romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore che Pirandello compie un’attenta analisi degli aspetti della modernità, dalla cui riflessione nasce la poetica dell’umorismo. Il cinema è uno dei tanti figli di quest’epoca, descritto da Gubbio come causa della degenerazione meccanica della creatività artistica. Il venir meno della prospettiva antropocentrica, esistente un tempo (nel periodo dell’Umanesimo-Rinascimento), ha spinto l’uomo a guardare altrove rispetto alla deludente realtà, conseguenza del fallimento della cultura positivistica, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo.

Un uomo che, quindi, cerca conforto in altro, in quell’oltre che si illude di poter manipolare attraverso la mediazione di uno strumento che diventa estensione di sé, del proprio corpo, trascurando completamente la propria interiorità, condannata a degenerare in una fredda impassibilità d’animo nella quale tutto il superfluo, come lo chiama il protagonista, è destinato a svaporare. Tutto questo sacrificato all’immagine, capace di creare “gioco d’illusione meccanica davanti al pubblico”. Il tipico personaggio pirandelliano ha un concetto falsato dell’unità individuale: quest’ultima gli viene data dagli altri e non gli è concesso di conoscerla a priori. È impossibile per un’immagine, alla quale si riducono poi le persone riprese dal cinematografo, come avremo modo di notare nei film di Allen (in particolare in Stardust memories), avere i mezzi per affermare la propria individualità.

L’esistenza di un’immagine è, secondo il mio personale punto di vista, legata alla presenza di un pubblico che la possa fruire. Lo scopo, perlopiù inespresso a livello cosciente, della fruizione è permettere allo spettatore di riflettere, su ciò a cui assiste, le proprie emozioni positive e/o negative che siano. L’attore deve così indossare una maschera ed anestetizzare le proprie emozioni, divenendo tabula rasa sulla quale far riflettere quelle del pubblico composto, a sua volta, da attori sociali: la maschera indossata è l’emblema di quel sentimento del contrario che emerge nell’elaborazione artistica di tipo umoristico. Il risultato è la disintegrazione fisica e spirituale di coloro che la indossano. Ne deriva una triplicità esistenziale: come il personaggio vede se stesso; come il personaggio è visto dagli altri; come il personaggio crede di essere visto dagli altri. Serafino Gubbio descrive così le sensazioni da lui provate a contatto con la realtà che cerca in qualsiasi modo di fuggire o, laddove tenta di avvicinarsi, lo fa adottando un approccio voyeuristico.

“Mi vedo talvolta assaltato con tanta violenza dagli aspetti esterni, che la nitidezza precisa, spiccata, delle mie percezioni mi fa quasi sgomento. Diventa talmente mio quello che vedo con così nitida percezione, che mi sgomenta il pensare, come mai un dato aspetto (cosa o persona) possa non essere qual io lo vorrei”. Nella società, l’unico modo per evitare l’isolamento, è il continuare ad indossare la maschera: in essa si sintetizza ciò che noi siamo per gli altri, ciò che noi appariamo. A questa maschera siamo legati da un vincolo molto forte, anche se, in realtà, noi sentiamo (se ancora abbiamo la fortuna di sentirci) di essere diversi. Questo è il lato umoristico nascosto dietro ogni attore di professione e, più in generale, dietro ad ogni uomo in quanto attore sociale: essere ma apparire altro per non sentirsi vivere. Simon Pau dice a Serafino Gubbio: “Tu non sei nella tua professione, ma ciò non vuol dire, caro mio, che la tua professione non sia in te […]. Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa […].

Tu sei prigioniero di quello che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato”. La vita sembra così essere una battaglia, finalizzata a mantenere intatta la metafora di noi stessi dietro la quale ci sentiamo liberi di essere ciò che siamo senza accorgerci di essere. Le maschere di cui ci serviamo quotidianamente impediscono all’uomo di vivere la vita e lo inducono, spiega Serafino Gubbio, a ricercare la ragione non nella vita, bensì al di fuori di essa, laddove troviamo il nulla. Pirandello fa dire a Serafino Gubbio che questo nulla può tradursi in sentimento di mistero chiamato “religione”. La religione, così come la filosofia, ha una funzione consolatoria: “la filosofia è come la religione: conforta sempre, anche quando è disperata, perché nasce dal bisogno di superare un tormento, e anche quando non lo superi, il porselo davanti, questo tormento, è già un sollievo per il fatto che, almeno per un poco, non ce lo sentiamo più dentro”. Il pericolo che quest’evadere continuo dalla realtà comporta, si presenta nel momento in cui noi ci abbandoniamo al ricordo di ciò che eravamo quando ancora sapevamo vivere e viverci.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il cinema di Woody Allen: l'umorismo tra realtà ed immaginazione

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Informazioni tesi

  Autore: Veronica Crescente
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Gianluca Solla
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

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