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Le partecipazioni delle banche e nelle banche. Evoluzione del rapporto banca-industria

La disciplina del rapporto “industria-banca”

Date le profonde modifiche strutturali intervenute nel settore dell’intermediazione finanziaria, nel corso degli anni Ottanta si apre un ampio dibattito sulla opportunità di regolamentare l’ingresso delle imprese industriali nel capitale delle banche. Si affermano, a questo riguardo, due posizioni contrapposte: da un lato, vi è infatti chi sottolinea i rischi derivanti dalla partecipazione delle imprese industriali al capitale delle banche che, né la disciplina del conflitto di interessi, né una disciplina che si proponga di fissare limiti e controlli sulle operazioni della banca riuscirebbe ad evitare; dall’altro, vi è invece chi sottolinea l’esigenza di consentire alle imprese industriali di entrare nel capitale delle banche per rafforzarle patrimonialmente e permettere loro di raggiungere dimensioni paragonabili a quelle dei concorrenti europei. Si ritiene, infatti, che una percettibile presenza di capitale non finanziario nel sistema bancario potrebbe migliorare l’efficienza delle banche italiane per l’instaurarsi di relazioni preferenziali tra il gruppo industriale e quello bancario e, dunque, per la riduzione del divario informativo tra mutuante e mutuatario.

Il timore dei rischi connessi alla commistione tra banche ed imprese industriali, tuttavia, prevale e spinge il legislatore italiano verso la separazione dei rapporti. Come è stato opportunamente osservato, infatti, “la riforma dell’ordinamento del sotto-settore bancario pubblico, nel processo di globalizzazione della finanza, rischierebbe di condurre la banca fra le braccia dell’industria: da qui l’esigenza di regolamentare la partecipazione al capitale dei soggetti bancari usciti dalla riforma”. Una prima risposta a queste sollecitazioni è fornita già alla fine degli anni Ottanta dalle nostre autorità creditizie.

In particolare, con deliberazione 20 marzo 1987, il CICR “considerato che la separatezza fra banca e imprese non bancarie costituisce uno dei criteri ispiratori dell’ordinamento bancario”, impartisce alla Banca d’Italia la direttiva di “tenere conto, nell’esercizio dei criteri di autorizzazione alla costituzione di nuove società, dell’esigenza di prevenire posizioni dominanti nel capitale degli enti creditizi in forma di società per azioni o a responsabilità limitata quando le iniziative di costituzione provengano da soggetti che direttamente o indirettamente abbiano interessi imprenditoriali in settori non finanziari”. In attuazione di questi criteri direttivi, le Istruzioni della Banca d’Italia del 5 febbraio 1988 stabiliscono, con riferimento alla sola fase costitutiva delle società bancarie, che l’industria si trova in una “posizione dominante” laddove detenga una partecipazione di entità superiore al 15% del capitale della banca. L’assunzione di partecipazioni oltre tale soglia è, dunque, vietata alle industrie.

Sia pure con gli strumenti loro propri – e, dunque, con la sola efficacia tipica della normazione secondaria – le autorità di settore predispongono così un primo presidio, giuridicamente rilevante, del principio di separatezza nella direzione industria-banca. La delibera CICR e le Istruzioni della Banca d’Italia si rivelano, tuttavia, degli strumenti insufficienti. Essi disciplinano, infatti, soltanto la partecipazione delle industrie nel momento costitutivo delle banche, senza considerare le ipotesi – certamente più probabili – di scalate a banche già esistenti, effettuate da parte di imprese industriali isolatamente ovvero sulla base di patti parasociali in concerto con altri operatori. La risposta effettiva alle nuove esigenze del mercato bancario viene fornita, dopo un lungo e travagliato iter parlamentare, con l’approvazione della legge 287/1990 (c.d. legge antitrust).

Attraverso l’introduzione di un intero Titolo (il Titolo V), sostanzialmente estraneo alla materia antitrust, viene fornita una prima regolamentazione degli assetti proprietari delle banche. La disciplina introdotta dalle legge antitrust prevede degli obblighi di trasparenza in capo ai partecipanti al capitale delle banche, degli obblighi di autorizzazione al superamento di determinate soglie e un limite generale all’assunzione di partecipazioni da parte delle industrie. Per quanto riguarda gli obblighi di trasparenza, la legge antitrust impone l’obbligo di comunicare alla Banca d’Italia ogni acquisto di partecipazioni superiore all’1% nel capitale delle banche. Per quanto riguarda gli obblighi di autorizzazione, la legge antitrust richiede la preventiva autorizzazione della Banca d’Italia per l’acquisto di partecipazioni, dirette o indirette, superiori al 5% del capitale o che, comunque, comportino il controllo della banca nonché per ogni successiva variazione, sia in aumento che in diminuzione, di partecipazioni superiori al 2% del capitale della banca.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le partecipazioni delle banche e nelle banche. Evoluzione del rapporto banca-industria

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Informazioni tesi

  Autore: Rosanna Arleo
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Diritto ed Economia - sezione diritto della banca e del mercato finanziario
Anno: 2013
Docente/Relatore: Vittorio Santoro
Istituito da: Università degli Studi di Siena
Dipartimento: Diritto dell'Economia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 191

FAQ

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