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Dibattiti politici e progetti federali in Italia fra XVIII e XIX secolo

L’approccio costituzionale: il federalismo americano

Nel corso degli anni Venti dell’800, in seguito all’insuccesso della prima ondata insurrezionale, maturava negli ambienti delle società segrete un’idea diversa della civiltà politica americana descritta da Botta. Proprio in questo periodo, secondo Mannari, si avverte un cambiamento nell’atteggiamento della cultura italiana verso l’esperienza e la cultura politica d’oltre Atlantico. Il primo autore che prende in considerazione Mannori è Giuseppe Compagnoni, autore di una Storia dell'America che pur affrontando gli stessi temi di Botta, pone l'accento su altri aspetti del sistema federale americano traendone poi conclusioni diverse.
Piuttosto lontana dall’analisi di Botta, la descrizione della realtà storica americana di Compagnoni «rivela una sensibilità per le specificità istituzionali del tutto estranea a Botta». Compagnoni studiò gli Articles of Confederation e comprese quanto gli americani fondendosi in un unico stato mirassero a creare uno strumento che li salvaguardasse dagli attacchi esterni. Inoltre, l’Unione fu un buon modo per consolidare un sentimento d’appartenenza comune prima che potesse insidiarsi una vera aristocrazia anche in territorio americano. Fu proprio in questo senso che gli Stati Uniti divennero, in molti autori del primo Ottocento, un esempio da imitare nel processo di creazione di forme politiche in grado di difendere l’Italia dalle mire e dalla dominazione delle potenze europee.
Tuttavia la vera affermazione della necessità di guardare al modello americano venne sancita con gli scritti di Luigi Angeloni: Dell'Italia e Della forza nelle cose politiche. Egli affermava esplicitamente il bisogno di un'Italia federale e sosteneva che il sistema americano fosse «il reggimento migliore che abbiano gli uomini infino a qui avuto, e che forse aver di possa». Agli occhi di questo autore gli americani erano un popolo saggio ed equilibrato:

«il quale di per se stesso colà opera in tutte le pubbliche faccende, come altrove forse l'uomo far non potrebbe nelle private; il quale perciò tutto vuole, o disvuiole in ogni sua comune cosa, senonché i tempi, gli avvenimenti ed il suo pro richieggiano che sia da volere e disvolere più questo, che quello; il quale quasi che tutto sapendo di tutto ciò che operano i magistrati da lui stesso posti in ufficio, li vi serva, ne li esclude o li punisce, come più o meno alla comunità de' cittadini sia stata l'opera loro, o utile, o disutile, o dannosa».

Pur discostandosi dal Botta anche Angeloni idealizzava esasperatamente il modello americano tanto che lo riteneva esportabile in qualsiasi contesto europeo.
Egli infatti non credeva che la realtà americana fosse frutto di una particolare specificità storico-geografica ma il prodotto della forma di stato che il popolo si è dato riprendendo il moto rivoluzionario settecentesco secondo il quale era la democrazia ad essere la chiave rigeneratrice di una società. Per Angeloni gli Stati Uniti sono l'unico esempio di autogoverno popolare ed i semplici principi su cui si basa possono essere adattati ovunque. L'assetto federale in questo modo diventava il metodo migliore e più ovvio per garantire ad ognuno la possibilità di autodeterminarsi.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Dibattiti politici e progetti federali in Italia fra XVIII e XIX secolo

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Informazioni tesi

  Autore: Jezebel Polegato
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Daniela Frigo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 43

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