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Filosofia ebraica o esperienza marrana? A proposito del dibattito sulle fonti del pensiero di Spinoza

Mortera e la polemica anti-cristiana

Se è possibile tratteggiare momenti cabbalistici nel pensiero di Spinoza, lo è altrettanto discutere quelli di raccordo tra le sue concezioni e quelle dei custodi della tradizione. Tra tutti, quelle avanzate dal potente Mortera, rabbino che, non a caso, abbiamo più volte visto emergere, come importante figura di riferimento, negli anni intorno ai quali Spinoza si diede una formazione.
Le notizie sulla vita di Mortera non sono molte né è facile stabirne l’attendibilità quando non la certezza.
Da Herman Salomon apprendiamo che nacque a Venezia nel 1596 e si ritiene sia stato allievo del teologo e poeta Leone da Modena, appartenente, come Mortera, alla comunità askenazita della cità. Dal 1612 fu segretario di Felipe Rodrigues Montalto, exmarrano di origine portoghese, che a Venezia era tornato a professare la religione natia e vi aveva composto un libello anti-cattolico. Mortera seguì Montalto a Parigi, dove questi era stato nominato psicologo di Corte, facendogli anche da mentore per i suoi studi di ebraismo, cui Montalto si dedicava con assiduità, fino al 1616, quando Montalto morì e Mortera accompagnò il suo corpo imbalsamato ad Amsterdam perché fosse seppellito.
Ad Amsterdam Mortera si legò alla congregazione sefardita Bet Ya’acob e nel 1619, poco più che ventenne, ricevette il titolo di Hakham. Quando le tre congregazioni sefardite di Amsterdam si fusero, nel 1639, Mortera, in qualità di anziano tra gli Hakhamim, divenne capo dell’ora unica Sinagoga portoghese di Amsterdam, quella da cui fu lanciata la scomunica a Spinoza nel 1656.
Nel 1659 iniziò la stesura del suo Tratado da Verdade da Lei de Moisés e morì nel 1660, lasciando incompiuto il suo magnum opus, rimasto inedito fino al 1988.
L’attività omiletica di Mortera fu imponente: nel suo Giv’at Sha’ul, pubblicato nel 1645, sono annotati, riferisce Salomon, 500 sermoni tra quelli che Mortera pronunciò in sinagoga dal 1639 in poi, insieme ad altri 50 in ebraico, composti nello stesso periodo, che compaiono in forma di abbozzo. Tuttavia gli studenti di Mortera, che raccolsero il materiale, avvertirono, nell’introduzione al testo, che, alla data della pubblicazione il numero effettivo dei sermoni ammontava a 1.400, una media di 50 all’anno.
Nel 1990, dagli archivi del Seminario Rabbinico di Budapest emerse un manoscritto olografo di Mortera, in cinque volumi, contenente 550 abbozzi di sermoni in ebraico intitolato anch’esso Giv’at Sha’ul. Marc Saperstein ha compiuto uno studio approfondito di questo manoscritto, che, nota Salomon, è il corpus omiletico più esteso che un autore ebraico abbia mai composto prima del diciannovesimo secolo.
Salomon indica come unico sermone pubblicato in lingua portoghese, vivente Mortera, quello pronunciato nel 1652, in occasione dei funerali di un suo discepolo, Moseh de Mercado, sermone corrispondente a uno degli abbozzi in ebraico rinvenuti a Budapest. C’è però un altro sermone in portoghese sul quale Salomon sofferma la sua attenzione e di cui troviamo il corrispondente ebraico tra quelli di Budapest.
Il sermone si intitola Para Aduma (Vacca Rossa) e si apre, come tutti i sermoni di Mortera, con il nose, un versetto o un testo che indicano il tema del discorso, qui l’incipit di Numeri 19, 2 (Zot huqqat ha-torah: Questa è una prescrizione della Legge che il Signore ha ordinato), seguito da un ma’ amar, un detto o discorso rabbinico, in questo caso tratto dal Midrash Bemidbar Raba; sia il nose che il ma’amar vengono riportati prima nell’originale ebraico e poi nella loro traduzione portoghese. [...]

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Filosofia ebraica o esperienza marrana? A proposito del dibattito sulle fonti del pensiero di Spinoza

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Informazioni tesi

  Autore: Mauro Savino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia e storia della filosofia
  Relatore: Myriam Silvera
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 222

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