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Pio IX , dall'elezione alla Repubblica Romana

L'allocuzione del 29 aprile 1848

Come si è visto, intorno al 1848, la situazione interna dei vari stati italiani mutò da quando i principi della penisola procedettero con le riforme. Il movimento di riforme iniziato da Pio IX, scriverà un contemporaneo "cominciato una volta, doveva compiere il suo cammino", eliminando in primo luogo la presenza straniera degli Austriaci. Dopo le cinque giornate di Milano nel lombardo-veneto, sembrava esser giunta l'ora di liberare l'Italia dall'opprimente ostacolo.
Il primo a rompere gli indugi, fu Carlo Alberto Re di Sardegna, il quale, il 23 marzo 1848 dichiarò guerra all'Austria, forte del suo esercito e desideroso di rinforzare il suo stato. A sostenere il sovrano, concorsero gli altri sovrani costituzionali con forze regolari da Napoli e dalla Toscana, ma anche dallo Stato pontificio dove il 21 marzo furono aperti gli arruolamenti, anche di un gran numero di volontari. Tre giorni dopo partiva da Roma il primo scaglione di truppe inviate con il solo compito di salvaguardare i confini ma che, tuttavia, trasgredirono per partecipare alle operazioni di guerra contro l'Austria. Il papa stesso era rimasto scosso dall'incalzare degli eventi e non riuscì a mostrarsi insensibile ai fermenti che si diffondevano in tutti gli ambienti. L'Austria era una nazione cattolica che, in nessun modo, aveva arrecato danno allo stato pontificio; per cui il problema per il papa aveva un duplice aspetto: religioso-morale e politico. Negli ambienti della curia, la maggioranza optava per la neutralità, perché la maggior parte erano conservatori, insensibili ai fermenti patriottici del tempo ed infine perché guardavano con benevolenza all'Austria, come baluardo di ordine e moralità. Il più aperto Corboli Bussi, sosteneva invece la legittimità dell'intervento, perché mosso in difesa dei propri diritti. Pio IX preso da due fuochi, scelse la via intermedia, quella della neutralità, la stessa che prolungò l'equivoco che durava già da molto tempo.
Il 27 marzo 1848, si riunì la Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari per affrontare alcune questioni, tra le quali l'elaborazione di un'enciclica sulla situazione politica. In riunione partecipò anche il papa il quale manifestò la sua volontà di farsi sentire al fine di evitare che il corso delle vicende politiche prendesse una direzione contraria agli interessi religiosi. L'enciclica, in breve, avrebbe dovuto puntualizzare che il papa, forte della sua natura religiosa, non poteva essere coinvolto in questioni strettamente politiche. Pio IX dopo quasi un mese di titubanze, fra il 19 e il 25 aprile 1848, stese l'abbozzo di un'allocuzione, frutto di un lavoro teso a ricercare chiarezza interiore ed esteriore al papa. Quest'ultimo era stato in precedenza accusato da un cardinale e arcivescovo cattolico francese, Michele Viale Prelà (1799-1860) di aver fomentato la guerra e il papa risponderà a tale attacco nella Non semel dello stesso anno, asserendo che non aveva mai nascosto la sua simpatia ed il suo entusiasmo per la causa italiana. Tuttavia, nell'abbozzo del testo, il papa dichiarava che la sua tenerezza paterna non gli permetteva di concorrere ad una guerra che portava allo spargimento di sangue cristiano e che, non sapendo come agire, si sarebbe ritirato nella tranquillità che solo la preghiera poteva assicurargli. Qualche giorno più tardi, il 29 aprile 1848, il Santo Padre convocò un Concistoro e dichiarò solennemente di mantenere la sua autodifesa e di non poter intervenire in guerra nella Non Semel:
Ora alcuni desidererebbero che Noi unitamente agli altri Popoli e Prìncipi d'Italia entrassimo in guerra contro i Germanici, abbiamo ritenuto Nostro dovere dichiarare chiaramente e palesemente in questo solenne Nostro Convegno che ciò è del tutto contrario alle Nostre intenzioni, in quanto Noi, benché indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è Autore della pace e amatore della carità, e per dovere del Nostro Supremo Apostolato Noi con eguale paterno affetto amiamo ed abbracciamo tutti i popoli e tutte le nazioni
.

Ribadisce inoltre, la condanna di un progetto che vedeva il papa a capo dello stato italiano:

Qui poi, al cospetto di tutte le genti, non possiamo non rigettare i subdoli consigli, manifestati anche per mezzo dei giornali e dei libelli, di coloro che vorrebbero il Romano Pontefice Presidente di una certa nuova Repubblica da farsi, tutti insieme, dai popoli d'Italia.

Questa allocuzione, che dissipava un equivoco durato ormai da troppo tempo, produsse nei patrioti una fortissima disillusione, tanto più che gli ambienti conservatori, che approvarono l'atto del papa, si apprestarono a sfruttarla pretendendo di scorgervi una disapprovazione della lotta nazionale nel suo insieme, cosa che certo non era nelle intenzioni del papa. Il re di Napoli, dal canto suo, non tarderà a seguirne l'esempio: anch'egli il 15 maggio dello stesso anno richiamò le truppe inviate nel Veneto e così fece anche il Granduca di Toscana.
In quel momento Pio IX non fece una marcia indietro rinnegando la sua precedente apertura liberale colto da paura, come sostiene la bibliografia classica, ma realisticamente prese atto che gli interessi dei sostenitori della causa nazionale italiana stavano entrando in contrasto con le sue responsabilità di pastore, di padre di tutti i cattolici, di custode del deposito della Fede.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Pio IX , dall'elezione alla Repubblica Romana

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Informazioni tesi

  Autore: Martina Franchi
  Tipo: Diploma di Laurea
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Teramo
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Fabio Di Giannatale
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

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