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La sopravvivenza etnica ainu

“Razze” e minoranze etniche giapponesi

L’idea di “razza” (minzoku) fu teorizzata dagli intellettuali giapponesi solo in seguito all’introduzione delle teorie darwiniste, ma sviluppando caratteri propri ed in maniera del tutto arbitraria: essa era determinata sia dai tratti fisico-biologici sia dalla cultura d’appartenenza. Si delineò quindi una suddivisione della società nipponica in wajin (“persone del wa” o “persone che portano il wa”, ovvero l’identità autentica della nazione e presente in ogni giapponese, riconducibile alla stirpe Yamato), gaijin (”persone di fuori”, “coloro che vengono dall’estero”, riferito a tutti gli stranieri) ed infine i dojin, (“persone della terra”, per indicare i nativi). A questi ultimi appartengono ancor oggi le minoranze indigene dell’arcipelago, ovvero gli Ainu al nord ed i Ryūkyū al sud, considerate alla stregua di “razze morenti” o “razze deboli”, non in grado di resistere all’evoluzione delle specie che porterebbe solo i più forti a sopravvivere. Fu tale concezione che condusse il governo centrale a vedere come naturali le difficoltà degli Ainu e la loro sottomissione alla “razza” eletta e superiore giapponese.
Tra le minoranze non native si annovera la comunità coreana.
Piuttosto consistente ed influente nella vita socio-politica del Giappone, è qui presente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ma dopo l’occupazione americana fu privata della nazionalità giapponese, quindi della stessa protezione sociale e della possibilità di ottenere impieghi pubblici. Negli anni Settanta dl XX secolo i Coreani lottarono attivamente presentando querele contro le evidenti discriminazioni sul lavoro, ottenendo importanti vittorie. La situazione maggiormente delicata e complessa riguarda tuttavia i numerosi eta (fuori casta, circa seimila comunità per un totale di tre milioni di individui) che, sebbene non distinguibili somaticamente dai Giapponesi in quanto considerati discendenti dei fuori casta del periodo Tokugawa, soffrono enormi discriminazioni. Queste sono spiegate dalle professioni da loro esercitate, quali macellai e calzolai, collegati al sangue o alla morte, ritenuti impuri per le credenze religiose giapponesi: per questo motivo il contatto con loro è evitato in maniera più assoluta. Oltre a ciò, vi è la manifesta aggravante di vivere in circoscritti quartieri ai margini delle città che evidenziano il loro status, non permettendo loro di amalgamarsi all’interno della società nipponica. Solo dalla fine degli anni Sessanta le pressioni sociali da loro esercitate sul governo e sulle prefetture locali hanno condotto a visibili miglioramenti (Bouissou, 2003).
Per comprendere cosa sia una minoranza all’interno di una società maggioritaria, mi rifarò alle osservazioni che Baba compie su studi effettuati dai sociologi americani. La studiosa individua quattro caratteristiche salienti comuni alle minoranze, ovvero: 1. il fatto che una minoranza abbia uno status inferiore; 2. che presenti una diversità non solo fisica ma anche culturale; 3. che si manifesti nei suoi confronti una certa frequenza a subire pregiudizi e discriminazioni; 4. che possieda una coscienza di gruppo (Baba, 1980). L’esperta prosegue affermando che un elemento centrale che contraddistingue il rapporto tra maggioranza e minoranza è la relazione di dominanza e subordinazione. Nel nostro caso specifico, il rapporto tra Ainu come minoranza e Giapponesi in quanto maggioranza fu il «prodotto del processo dello sviluppo e la formazione del Giappone come una moderna nazione-stato» (Baba, 1980, p. 62).
Bisognerà attendere la fine delle guerre mondiali per osservare adeguate politiche a favore delle minoranze, anche se non sempre rispettate.
Con la nuova e democratica Costituzione del Giappone (Nihon Koku Kenpō), entrata in vigore nel maggio del 1947, la società fu sconvolta: la figura dell’imperatore perse la sua aurea sacra e di capo dello stato, divenendo solo «il simbolo dello stato e dell’unità della nazione» (art. 1), ma privo di ogni aurea divina. Alla nuova Costituzione seguì la riforma e l’attuazione, nel gennaio 1948, del nuovo codice civile. Grazie a queste riforme il Giappone entrò in una nuova era più democratica, dove fu dato rilievo ai diritti umani universali, ma per ciò che riguarda il riconoscimento delle minoranze etniche la strada da compiere nel campo dei diritto era appena all’inizio.
Tale condizione è dimostrata dal fatto che ancora nel 1984 il primo ministro Nakasone affermava: «È un gran bene che siamo una nazione monoetnica, ed è cosa di cui dovremmo essere orgogliosi» (Mizuno, 1987, p. 144), evidenziando così la politica governativa che rinnegava apertamente l’esistenza di minoranze sul territorio giapponese. Pochi giorni dopo aggiunse che: «Non ci sono minoranze che sono discriminate tra le persone che sono cittadini giapponesi (…) gli Ainu (…) sono già largamente assimilati».
Tali affermazioni suscitarono diffusa indignazione e scatenarono proteste che condussero ad affrontare il problema con maggiore attenzione. Vorrei ribadire che in Giappone nel corso della storia i sentimenti nazionalisti sono spesso stati sfruttati da parte dell’élite al potere per indirizzare il popolo secondo i propri voleri, tanto da non permettergli di cogliere dietro queste condotte precisi piani politici; allo stesso modo l’idea della “razza” è qualcosa di inconcepibile all’interno di un arcipelago dove da sempre si sono verificate migrazioni a più riprese ed il razzismo sembra così assumere i contorni di un atteggiamento storico ed innato. Come prevedeva lo studioso Honda già nel 1973, questo razzismo diffuso «diventerà più evidente non appena più neri verranno in Giappone ed il numero di lavoratori sottopagati provenienti dal sudest asiatico aumenterà» (Honda Katsuichi, citato in John Lie, 1993, p. 100).

Questo brano è tratto dalla tesi:

La sopravvivenza etnica ainu

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Longo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Emanuele Ciccarella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 271

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