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Comunità Europea e Stati Uniti di fronte alle guerre jugoslave

L'assedio di Sarajevo e la risposta di Washington

L'Esercito federale preparava il proprio attacco al cuore della Bosnia, persuaso di poter risolvere la questione con una guerra-lampo.
La città di Sarajevo, protetta dalla barriera naturale di catene montuose, era da sempre il punto più strategico dell'area balcanica, e aveva conosciuto la sua esplosione demografica nel secondo dopoguerra, giungendo nel '91 ad avere 526.000 abitanti. Era abitata dal 49 per cento di bosgnacchi, il 30 per cento di serbi e il solo 7 per cento di croati, mentre i restanti si dichiaravano "jugoslavi" e nient'altro.

Nella notte tra il 4 e il 5 aprile, Milutin Kukanjac con truppe speciali tentò di entrare nel palazzo presidenziale nel centro di Sarajevo, ma venne fermato da un gruppo di arditi musulmani. Il giorno successivo, il 6 aprile 1992, una folla di manifestanti attraversò la città richiedendo a gran voce la pace nella Bosnia multi-etnica: una studentessa di medicina, Suada Dilberovic, venne però colpita e uccisa da un franco tiratore. Dopo di lei, altri quattro manifestanti vennero uccisi a colpi di fucile da miliziani serbi appostati sui tetti degli edifici.
I "Berretti verdi" reagirono, dando inizio a una sparatoria che suonò come campanello d'allarme generale, mentre l'Esercito federale non accennava a muovere un dito. In tale frangente iniziò a delinearsi la situazione che di lì ai prossimi quattro anni avrebbe deturpato la capitale: la sua morfologia infatti, sebbene in passato si fosse rivelata favorevole per un'efficientissima difesa, in questo caso avrebbe permesso all'Esercito federale di stringerla in una morsa d'acciaio, bombardandola da tutte le alture che la circondavano, con la motivazione ufficiale della difesa dei gruppi serbi, "esuli in massa dalle loro case e addirittura massacrati". La capitale divenne nel giro di pochi giorni un'accozzaglia di barricate, "viali dei cecchini", trincee vere e proprie da cui il terrore si irradiava presso gli abitanti della città, serbi bosgnacchi o croati che fossero. Soprattutto gli edifici-simbolo (come moschee e chiese) vennero colpiti, e una volta caduta in mano a teppisti e banditi, la città sprofondò in un battibaleno nell'incubo della fame.
Gli attacchi delle forze d'assedio si svolsero perlopiù con due diversi metodi: il bombardamento e, per certi versi ancor più emblematico di una situazione fuori controllo, il cecchinaggio. Come si può notare dall'Allegato VI del Rapporto finale della Commissione di esperti istituita in base alla mozione 780 (1992) del Consiglio di Sicurezza, "diversamente dai bombardamenti effettuati con artiglieria, mortai e carri armati dove la mira può essere o non essere precisa e dove il bombardamento in sè stesso può essere o non essere un bersagliamento premeditato, il cecchinaggio, invece, è sia intenzionale che preciso. Quando il cecchinaggio è intenzionalmente diretto contro obiettivi civili, è un crimine di guerra. Gli attacchi dei cecchini delle forze all'interno della città e nelle zone circostanti rivelano un chiaro intento di colpire obiettivi civili e non-combattenti. [...] Ci sono stati molti attacchi dei cecchini anche contro il personale e le strutture delle Nazioni Unite e dell'Unprofor vicino all'aeroporto, ai posti d'osservazione ed alle caserme."
L'unica risposta immediata venne da Washington, che per voce di Zimmermann fece conoscere il proprio dissenso a Milosevic: dal canto suo, il leader serbo si dichiarò totalmente estraneo ai fatti avvenuti in Bosnia-Erzegovina, riguardo agli attacchi aerei nei dintorni di Sarajevo. Francia e Gran Bretagna, invece, informarono il governo di Belgrado che non sarebbero intervenute militarmente.
Il 12 aprile Cutileiro concordò con i leader delle tre diverse parti in conflitto il primo ”cessate il fuoco”.
Nel frattempo Klaus Kinkel sostituì a capo della politica estera tedesca Genscher, instaurando una politica ben più realistica e meno moralistica rispetto a quella propugnata dal predecessore, adottando una tattica di disimpegno nella questione bosniaca e riallacciando i contatti economici con la Serbia.
Le cittadine occupate dalle truppe serbe (regolari e non) aumentavano di giorno in giorno: Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Zepa, Visegrad, mentre Pale divenne la capitale provvisoria della Repubblica serba della Bosnia-Erzegovina, presidiata da militari e autorità politiche.
Verso la metà di agosto si calcolò che durante l'assedio primaverile circa 35.000 persone avevano perso la vita, mentre 420.000 erano state costrette a darsi alla fuga.
Oltre a ciò, il vicepresidente della Repubblica serba Nikola Koljevic si lasciò scappare nel settembre successivo che essendo i governi internazionali "così preoccupati di Sarajevo, nel resto della Bosnia potevamo fare quel che volevamo", alludendo all'indisturbato lavoro di pulizia etnica.
Il governo americano, a questo punto, si alterò contro la politica di Milosevic, tacciato di non aver affatto rispettato i patti precedentemente stipulati. Dopo un incontro tra Baker e il ministro degli Esteri bosniaco, il Dipartimento di Stato si risolse per un piano d'azione volto a creare un'opinione pubblica favorevole alla causa bosniaca. Le difficoltà, apparse già in precedenza, sorsero nel tentativo di trovare l'accordo tra i diversi Stati europei, che prima di delegittimare il governo di Milosevic avrebbero giustamente dovuto pensarci due volte. Nonostante ciò, il 16 aprile venne inviato da parte americana un ultimatum a Belgrado, in cui si intimava il ritiro dell'Esercito federale e delle truppe paramilitari dalla Bosnia-Erzegovina entro il 29 dello stesso mese, pena l'espulsione dalla Csce. Milosevic, tuttavia, rispose che erano i serbi bosniaci ad aver bisogno d'aiuto, massacrati dai fondamentalisti islamici e dai fascisti croati, trasformando così l'ultimatum inviatogli in un clamoroso buco nell'acqua.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Comunità Europea e Stati Uniti di fronte alle guerre jugoslave

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Informazioni tesi

  Autore: Fabio Elia
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Bruno Mantelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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