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La riforma degli ammortizzatori sociali. Sguardo comparato all'Unione Europea

Criticità del sistema, prospettive per gli ammortizzatori sociali

Come già detto prima, la dicitura del legislatore "in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali" ci accompagna sin dall'art.2, co.28 L.662/1996 e la dice lunga tanto da aver sollevato il dubbio che si tratti di una mera clausola di stile per tentare di rimandare e ovviare alle criticità e inefficienze dell'attuale sistema.
L'attuale sistema degli ammortizzatori sociali presenta numerose inefficienze e criticità che generano distorsioni e malfunzionamenti nei circuiti del sistema di protezione sociale. Disfunzioni, invero, alimentate ed aggravate dalla persistente diffusione nel nostro paese del lavoro sommerso, che non consente ricostruzioni statistiche precise sull'effettivo stato di disoccupazione esistente e, conseguentemente, non permette di percepire le reali dimensioni del fenomeno. Le problematiche che maggiormente interessano la materia, cominciando da quella che sembra essere senza ombra di dubbio la più rilevante, è la prefigurazione stessa di un sistema di tutele fortemente sperequato ed eterogeneo, che alimenta processi di disgregazione e di divisione degli interessi. Si è già rilevato, infatti, che nell'attuale contesto socio-economico emergono due distinti conflitti di interessi: un primo conflitto che pone di fronte disoccupati "garantiti" e disoccupati "non garantiti"; un secondo, invece, che contrappone in specie le stesse tipologie di disoccupati "garantiti", ammessi a fruire, a parità di condizioni di tutele differenziate in relazione alla categoria o al settore produttivo di appartenenza. Viene in tal modo a mancare qualsiasi forma di solidarietà nei confronti dei soggetti più deboli, con buona pace degli ideali fondamentali di "solidarietà" e "uguaglianza" che devono viceversa imprescindibilmente informare qualsiasi intervento di welfare state. A manifestarsi, in definitiva, è proprio un'esigenza di razionalizzazione del sistema in termini di equità sociale, non ravvisandosi più ragioni giustificative in ordine alle diversità di trattamento tra lavoratori che fruiscono di standard protezionistici più o meno elevati e lavoratori che, al contrario, non godono di alcuna forma di tutela contro il rischio-disoccupazione. Esigenza, questa, tanto più forte al cospetto del dettato costituzionale, che garantisce una tutela indistinta della "disoccupazione involontaria", senza alcuna discriminazione di sorta (art. 38, 2° co., Cost.).
Altro grande problema che non convince è l'approccio al problema della disoccupazione in forma non organica, basato su una sempre più frammentata diversificazione di regimi e di trattamenti particolaristici. Essendo in specie evidente come la segmentazione delle tutele, che già di per sé contribuisce ad aggravare la governabilità del sistema, comporti inevitabilmente anche un'irrazionale "classificazione" dei disoccupati, sia in ragione della tipologia di trattamento (privilegiato o meno) cui gli stessi hanno accesso, sia in ragione della possibilità, riconosciuta solo ad alcuni di loro, di fruire di "precedenze" nel mercato delle assunzioni.
L'esperienza, infatti, ha dimostrato che la prefigurazione di un sistema di sussidi in favore dei lavoratori disoccupati incide, in termini di welfare, anche sui cosiddetti costi "indiretti", modificando i comportamenti economici dei disoccupati nella ricerca attiva di un'occupazione e, sul piano macroeconomico, l'andamento dell'offerta aggregata di lavoro.
La mera corresponsione di trattamenti economici di disoccupazione, infatti, se non accompagnata da vincoli di collaborazione o da forme di incentivazione alla ricerca di un impiego, tende a provocare malfunzionamenti nel sistema: in ragione non solo dell'incidenza che tali trattamenti hanno sul bilancio statale, così gravato (e aggravato) di oneri economici che si sarebbero potuti evitare con una pronta ricollocazione professionale dei lavoratori disoccupati, ma anche perché induce i percettori delle prestazioni, attratti dalla possibilità di cumulare il beneficio previdenziale con un'eventuale retribuzione non dichiarata, a lavorare "in nero". Il che, naturalmente, genera anomalie nell'andamento dell'offerta di lavoro e, più in generale, distorsioni a livello di welfare.

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La riforma degli ammortizzatori sociali. Sguardo comparato all'Unione Europea

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Cuomo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Anna Maria Battisti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 154

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Parole chiave

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ammortizzatori sociali unione europea
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