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Antropologia del rugby. Un esempio di indigenizzazione della modernità o di modernità ''maorizzata''?

Un ovale tra due emisferi

Con l’istituzione della RFU, si giunse, come dicevamo, ad una sorta di stabilità, che creò le condizioni per la diffusione di questo sport fuori dall’Inghilterra.
La prima federazione creata, dopo quella inglese, fu proprio quella scozzese che nel 1873 venne formalizzata nella Scottish Rugby Union. Presto anche in Irlanda il nuovo sport divenne popolare, il primo club fondato nel 1854 fu il Dublin University, a cui seguirono in breve tempo altre realtà. Tra il 1874 e il 1879, due organismi sovrintendevano al nuovo sport, a nord, con giurisdizione sull’area di Belfast, vi era la Northern Football Union of Ireland. Le province di Leinster, Munster e una parte di Ulster, erano guidate dalla Irish Football Union. Nel 1880, i due organismi si fusero dando origine al Ireland Rugby Football Union (Cronin 2009). Ancora oggi, nonostante i forti dissidi religiosi e politici, la nazionale irlandese di rugby è una sola, composta dai giocatori della Repubblica Irlandese e da quelli dell’Irlanda del Nord e prima di ogni partita vengono eseguiti entrambi gli inni nazionali.
Anche in Galles il rugby non tardò a prendere piede. Nel settembre del 1878, il South Wales Football Club venne fondato con “intention of playing matches with the principal clubs in the West of England and the neighborhood. The rugby rules will be the code adopted.” (Smith and Williams 1980: 31). Pochi anni dopo, nel 1882 nasce la Welsh Rugby Union (Undeb Rygbi Cymru in gallese), anima di uno sport che era così popolare, apprezzato e infervorava moltissimo la popolazione locale che un visitatore francese nel 1905 lo descriveva come sport nazionale gallese (PB 2001 :14). In brevissimo tempo il rugby in Galles ha assunto il ruolo di sport nazionale, con livelli di partecipazione altissima; su una popolazione di circa 2900000 abitanti, la federazione registra nel 2012 circa 17500 tesserati, che equivale ad un giocatore ogni 167 abitanti. Durante gli anni settanta il Galles darà vita ad una nazionale leggendaria, che guidata da Gareth Edwards, conquisterà nel giro di pochi anni quattro Grand Slam, e ben undici giocatori su quindici scenderanno in campo nella vittoriosa partita dei Lions contro la Nuova Zelanda nel 1974 L’Europa continentale non dovette aspettare molto per assistere alle prime partite di rugby. Nel 1872, pochi mesi dopo la formalizzazione delle prime regole comuni, il rugby attraversa la Manica e approda a Le Havre, dove un gruppo di studenti inglese fonda il Le Havre Athletic Club. Questo coincide con quanto afferma Bouthier (2007: 10), quando dice che il rugby in Francia, nella sua forma moderna, è emerso e si è sviluppato come strumento educativo all’interno dei college inglesi presenti sul suolo francese. Nel 1906, contro i Neozelandesi in tour, la Francia disputò il suo primo match internazionale e nel 1910 affronta per la prima volta in un torneo, l’Home Nations, l’Inghilterra, l’Irlanda, Scozia e Galles. L’Home Nations nel 1920 verrà ribattezzato dalla stampa francese “Tournois des Cinq Nations” (Dine 2001: 62). Oggi la Francia rappresenta una delle potenze mondiali del rugby, una delle poche squadre capaci di sconfiggere i temibili All Blacks neozelandesi, grazie anche ad un gioco molto frizzante, chiamato appunto rugby champagne.
In Italia, la prima partita a rugby giocata risale al 1910; Tognetti (1969: 151) attribuisce l’iniziativa ad un giornale che organizzò una partita tra due “squadre estere che sembra fossero il Racing Club di Parigi ed il F.C. Servette di Ginevra”. A questo evento Tognetti fa risalire anche la fondazione del primo club italiano, il Rugby Club Torino, che però ebbe vita breve (Tognetti 1969: 153). Per vedere l’istituzione di un’organismo nazionale per il rugby si dovette attendere fino nel 1928, anno in cui Piero Mariani diverrà il primo presidente della Federazione Italiana Rugby, e dal 1929 verrà disputato il campionato nazionale. Ma fu dopo la Seconda Guerra Mondiale che il rugby in Italia assunse una dimensione nuova. I soldati sudafricani, australiani, inglesi e neozelandesi presenti in Italia durante la guerra, diventarono i maestri a cui ispirarsi. Il rugby italiano cresce e si sviluppa tanto da attirare nel proprio campionato giocatori di prim’ordine come l’australiano Dave Campese e i kiwi John Kirwan e Craig Green durante gli anni ’80. Stupisce, in riferimento alla situazione odierna del rugby italiano, la presenza di stelle di prim’ordine nel nostro torneo, tuttavia – ricorda Raimondi – prima del professionismo era tutto diverso. I campioni dell’emisfero sud, nel periodo estivo, approdavano da noi per un’esperienza di vita, ben rinumerata, per i parametri dell’epoca, mentre a casa erano dei dilettanti con dei rimborsi piuttosto contenuti. In quegli anni – prosegue Raimondi – “il campionato italiano, con le rivalità storiche sull'asse veneto, e le proiezioni su L'Aquila e Roma, e Milano nel periodo amatori-Milan era molto interessante, gli stadi erano pieni, e ad esempio il campionato inglese, muoveva i primi passi, quello francese viveva l'apoteosi della finale al parco dei principi, ma nella stagione regolare, le presenze erano in linea con quelle italiane”.
Oggi è tutto un altro scenario. Nel 1987 (anno della prima edizione della Coppa del Mondo di rugby)la F.I.R. entrò a far parte dell’I.R.B. e in seguito alla storica vittoria di Grenoble nel 1997 contro la Francia in finale di coppa Europa, l’Italia viene invitata a partecipare al Torneo delle Cinque Nazioni, che nel 2000 prese il nome di Torneo delle Sei Nazioni. Le ritrosie delle altre nazioni all’ingresso della squadra italiana, considerata di livello inferiore, vennero accantonate nel giorno dell’esordio italiano. La Scozia, nazione vincitrice dell’ultima edizione del Five Nations, venne sconfitta dall’Italia per 34 a 20. e dal 2000 è ammessa al più antico torneo di rugby del mondo, che accogliendola cambierà nome divenendo il Six’s Nations Championship. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Finotti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze storiche
  Relatore: Adriano Favole
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 112

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Parole chiave

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