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Deficit olfattivo come fattore predittivo della malattia di Alzheimer

Deficit olfattivo e declino cognitivo in età avanzata

Negli ultimi anni è stata indagata la presenza di alterazioni olfattive anche nelle persone anziane cognitivamente sane, per capire se già in questa fase la sua rilevazione possa predire il possibile declino cognitivo. Se ciò fosse dimostrato, l’utilizzo del marker olfattivo per la diagnosi precoce risulterebbe ancora più utile in quanto maggiormente tempestivo.
Wilson et al (2006), nell’ambito di uno studio longitudinale durato 3 anni, hanno indagato la possibile presenza di una correlazione tra la prestazione olfattiva di 481 anziani cognitivamente sani e la velocità con cui avveniva il loro declino cognitivo.
I soggetti, scelti tra i partecipanti del Rush Memory and Aging Project, sono stati esaminati con il BSIT e con una batteria di 19 test che indagavano cinque diversi domini cognitivi: velocità di elaborazione percettiva, memoria episodica, memoria semantica, memoria di lavoro e abilità visuo-spaziale. Alla valutazione iniziale scarse prestazioni nell’identificazione olfattiva correlavano con bassi punteggi in tutte e cinque le abilità cognitive. Durante lo studio è emerso che le persone con i punteggi iniziali più bassi al test olfattivo manifestavano un declino cognitivo due volte superiore rispetto a quelli con i punteggi più alti. Ciò si verificava solo rispetto alla velocità percettiva e alla memoria episodica e non per i restanti tre domini cognitivi.
I risultati hanno quindi indicato che in età avanzata la presenza di una compromissione dell’identificazione olfattiva è associata a un minor funzionamento cognitivo globale e a un più rapido declino della velocità percettiva e della memoria episodica.
Poiché da studi precedenti è emerso che l’inabilità nell’identificare gli odori si associa a una più probabile transizione dalla fase MCI all’AD (Devanand et al., 2000), a un declino cognitivo maggiormente rapido nell’età avanzata (Wilson et al., 2006) e alla presenza di gomitoli neurofibrillari nella corteccia entorinale e nell’ippocampo (Wilson et al., 2007b), una ricerca ha indagato se il deficit olfattivo fosse associato anche a un maggiore rischio di sviluppare MCI in soggetti anziani sani cognitivamente. I ricercatori, infatti, ipotizzavano che una maggiore difficoltà iniziale a identificare gli odori potesse essere correlata a una probabilità più elevata di sviluppare MCI successivamente.
Annualmente per 5 anni sono stati testati con il BSIT 589 soggetti di circa 80 anni e, tra questi, 177 hanno sviluppato MCI nel corso del follow-up. Il rischio di manifestare la lieve compromissione cognitiva è risultato associato al livello della prestazione iniziale al test olfattivo. In particolare, i soggetti che avevano ottenuto punteggi inferiori a 8 al BSIT hanno avuto il 50% di probabilità in più di sviluppare MCI rispetto a quelli che avevano ottenuto punteggi superiori a 11. È stata pertanto confermata l’ipotesi che nei soggetti anziani senza un declino cognitivo manifesto il deficit nell’identificazione degli odori precede e predice il possibile sviluppo di MCI (Wilson et al., 2007a).
Affinché il deficit olfattivo possa essere considerato un marker valido e utile per la diagnosi di AD, oltre a essere riscontrabile nelle persone che non hanno ancora evidenze cliniche della malattia, dovrebbe anche risultare poco correlato agli altri fattori predittivi presenti. Infatti l’utilizzo di diversi marker caratterizzati da bassa o nulla correlazione reciproca rende più solida e accurata la diagnosi.
In un recente studio (Wilson et al. 2009) l’associazione tra l’iniziale alterazione olfattiva e il successivo declino cognitivo è stata riscontrata anche dopo aver controllato gli effetti di altri fattori predittivi dell’AD già noti: il livello iniziale della memoria episodica, la presenza o meno dell’allele ApoE-ε4, l’età, il sesso e il livello di educazione. Il campione era formato da circa 500 soggetti cognitivamente sani con un’età media di 79 anni. Lo studio longitudinale è durato complessivamente 5 anni e mezzo; annualmente ai soggetti è stato somministrato il BSIT e in caso di morte veniva inoltre effettuata l’autopsia. Come emerso da precedenti studi, punteggi bassi al test erano significativamente associati a un più rapido declino della memoria episodica, a un aumentato rischio di sviluppare nel tempo MCI e a più alti livelli di degenerazione cerebrale evidenziati nell’analisi postmortem. Tale associazione è rimasta significativa anche dopo aver controllato gli effetti dovuti agli altri fattori, indicando quindi che il test olfattivo, in combinazione con gli altri marker biologici e comportamentali, potrebbe essere utile per la diagnosi precoce dell’AD.
I soggetti sani coinvolti negli studi finora presentati avevano un’età media di circa 80 anni, ed erano di conseguenza caratterizzati da una maggior probabilità di andare incontro a declino cognitivo negli anni immediatamente successivi. In un altro studio è stato quindi indagato un ampio campione composto da 1920 soggetti di età media inferiore, per verificare se anche nella popolazione adulta, l’abilità olfattiva potesse predire il successivo declino delle funzioni mentali (Schubert et al., 2008).
I soggetti sono stati suddivisi in tre sottogruppi a seconda della fascia d’età a cui appartenevano: il 63.9% avevano dai 53 ai 69 anni, il 28.1% dai 60 ai 79 e il restante 8% dagli 80 ai 95. Lo studio longitudinale è durato 5 anni e sono stati utilizzati il “San Diego Odor Identification Test” (SDOIT) per esaminare le abilità olfattive e l’MMSE per quelle cognitive. Lo SDOIT consisteva nella presentazione di 8 odori familiari che i soggetti dovevano identificare, denominandoli verbalmente oppure scegliendo l’immagine corrispondente alla sostanza odorosa tra 20 figure presentate su una tavola, 12 delle quali raffiguravano stimoli distrattori. Il deterioramento olfattivo era giudicato presente quando i soggetti ottenevano al test un punteggio inferiore a 6 su 8.
Alla valutazione iniziale il deficit olfattivo è stato riscontrato nell’11.2% del sottogruppo più giovane, nel 23.8% di quello intermedio e nel 47.7% di quello più anziano. Punteggi iniziali più bassi al test olfattivo correlavano positivamente con la maggior probabilità di manifestare declino cognitivo 5 anni dopo, come si era verificato negli studi precedenti. Tuttavia, nonostante l’alta associazione trovata, la maggior parte dei soggetti più giovani che presentavano un livello basso di abilità olfattiva iniziale non ha sviluppato un deficit cognitivo al follow-up, diversamente da quanto accaduto nel campione più anziano.
In particolare, il declino cognitivo si è manifestato soltanto nell’1.7% del primo sottogruppo, mentre negli altri due gruppi si è riscontrato rispettivamente nell’8.3% e nel 21.2% dei casi. I ricercatori hanno quindi concluso che l’utilizzo del test olfattivo nella popolazione generale adulta, con lo scopo di identificare i soggetti a rischio di declino cognitivo, risulti meno indicativo rispetto al suo uso all’interno di campioni più anziani. Gli autori infatti hanno ipotizzato che in una popolazione più giovane bisognerebbe estendere l’analisi a periodi temporali più lunghi per verificare l’effettiva utilità del test per la diagnosi precoce.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Deficit olfattivo come fattore predittivo della malattia di Alzheimer

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Citro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Costanza Papagno
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 27

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Parole chiave

olfatto
alzheimer
mild cognitive impairment
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