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Cage: String Quartet in Four Parts e implicazioni filosofiche

La funzione dell'arte e il processo creativo secondo la teoria estetica indiana

Come abbiamo già accennato precedentemente, Cage lesse negli anni Quaranta due compendi di estetica indiana di Ananda K. Coomaraswamy: La trasfigurazione della natura nell'arte (1934) e La Danza di Shiva (1924). In questi testi Coomaraswamy dimostra come nell'estetica dell'India e nell'Europa medievale l'arte abbia una funzione superiore e metafisica, essendo una attività sacra a tutti gli effetti. Infatti lo scopo supremo dell'arte e dell'attività artistica è la conoscenza della Verità, la visione del Divino (Brahman), ovvero dell'Uno, nel mondo della dualità (della manifestazione). L'arte così fungerebbe da mezzo, da tramite tra la sfera umana e quella divina mentre l'artista equivarrebbe a uno strumento: egli si farebbe carico di trasferire nella materia di cui è fatta la sua arte (suoni, colori, movimenti, ecc.) l'idea del Divino che ha attraversato la sua anima per mezzo di un'intuizione estetica. Durante il processo creativo (che Coomaraswamy illustra nel suo libro, La trasfigurazione della natura nell'arte) l'artista deve innanzitutto sgomberare la mente da tutti i fattori esterni di disturbo, da ogni visione falsa ed effimera della realtà e porla in uno stato di quiete assoluta per poter contemplare dentro di sé (nel suo vero Sé) un aspetto dell'Assoluto: il prodotto di questo processo è quello che Cage chiama "una mente quieta" riferendosi all'assenza di ego, di personalità. Infatti solo se la mente viene svuotata da tutto ciò che fa parte dell'ego (cioè della dualità) può accogliere in Sé l'Assoluto, riconnettendosi così alla matrice originaria (l'Uno) da cui proviene.
Il tema del distacco dell'anima dalla piccola volontà per aprirsi alla volontà di Dio e ricongiungersi ad essa è tema centrale anche nella mistica cristiana e in particolar modo nei sermoni di Meister Eckhart, che Cage lesse negli anni Quaranta e a cui Coomaraswamy fa spesso riferimento nelle sue opere. In un sermone del mistico tedesco infatti leggiamo: "dove termina la creatura, là inizia a essere Dio. Da te Dio non desidera altro che tu esca da te stesso […] e che lasci Dio essere Dio in te." "Se qualche immagine o somiglianza rimane in te, non diventerai mai uno con Dio. Per essere uno con Dio, dunque, non deve rappresentarsi in te nessuna immagine e tu non devi rappresentarti in nessuna immagine, ovvero niente di nascosto in te deve rimanere che non divenga manifesto e gettato fuori."
Il primo passo dell'artista è dunque quello di far pulizia nella mente da ogni attaccamento, condizionamento o desiderio (ciò che per Cage prende il nome di ego) per poter accogliere nella sua mente Dio ed agire nell'atto creativo con spontaneità e naturalezza. Rinunciando alla propria personalità e donando tutto se stesso alla sua attività, l'artista può giungere ad uno stato di comunione totale con Dio, contemplandolo e adorandolo in un atto di devozione (bhakti) culminante nella creazione dell'opera d'arte. Il Divino viene colto dall'artista per mezzo di una forma di conoscenza superiore, che esula dall'ambito intellettuale e sensoriale e
che scaturisce invece da uno stato meditativo o mistico. Una conoscenza razionale infatti risulterebbe sempre limitata poiché, come abbiamo già detto, il Brahman va oltre la capacità di percezione dei sensi, dunque non può essere oggetto di ragionamento, di concettualizzazione o di dimostrazione: la conoscenza dell'Assoluto non può essere altro che una conoscenza di tipo intuitivo, estatico, in cui vi è fusione totale con Dio, in cui dunque si ridiventa Uno.
Coomaraswamy, sempre attento a mostrare i legami profondi tra l'India e l'Europa, cita la filosofia scolastica per definire questo stato di non-differenziazione, caratterizzato da una "adaequatio rei et intellectus", ovvero, da un atto di identità tra conoscente e conosciuto. "L‘oggetto conosciuto viene a trovarsi nel conoscente", scrive lo studioso, citando San Tommaso.
L'arte dunque in India, come per i filosofi neoplatonici e scolastici è yoga, ovvero unione, ricongiungimento, fusione dell'anima individuale (Ātman) con Dio (Brahman) e anche devozione (bhakti), esperienza mistica che permette di fondersi con l'Assoluto. Questa funzione dell'arte, come vedremo parlando del rasa, non è limitata solo all'atto creativo ma si estende anche all'attività di fruizione dell'opera d'arte. Coomaraswamy infatti scrive che: "la religione e l'arte sono nomi per una stessa esperienza: l'intuizione della realtà e dell'identità."

Questo brano è tratto dalla tesi:

Cage: String Quartet in Four Parts e implicazioni filosofiche

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Informazioni tesi

  Autore: Valeria Mitsikopoulos
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Musicologia
  Corso: Musicologia
  Relatore: Michela Garda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

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Parole chiave

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ananda k. coomaraswamy
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musictherapy

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