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DA W. A W. Canzone e cambiamenti sociali da Woody Guthrie a Woodstock

Il sogno di Woodstock in Italia

Nel 1968 Patricia e Jerry Fife arrivano in Europa con l’idea di importare dall’America la tradizione degli «Human Be-In» e con la volontà di organizzare nel Vecchio Continente un evento in stile Monterey 1967. Dopo aver vagliato varie ipotesi la scelta per la location del «First International Pop Festival» cade curiosamente su Roma. In Italia non è coinvolto nessuno, si tratta di un evento «calato dall’alto, senza avere alcuna conoscenza del territorio, complice anche il fattore (non secondario) che in Italia manca una scena underground vera e propria a cui fare riferimento. È previsto che si tenga al Palazzetto dello Sport dell’EUR, tra il 4 e il 10 maggio 1968.
Il cartellone offre un programma di tutto rispetto, ma la risposta del pubblico italiano è molto deludente; inoltre dal nord Europa non giunge il numero di persone previsto e le presenze durante tutto lo svolgimento del festival non superano le quattromila unità. Il 6 maggio i Pink Floyd eseguono una performance di livello, ma dopo di loro ci sono i Move che si esibiscono in uno show ‘movimentato’, facendo esplodere sul palco una serie di fuochi artificiali, distruggendo gli strumenti musicali e danneggiando l’amplificazione. La polizia invade il palazzetto, il festival è interrotto e, il giorno seguente, il servizio tecnico si rifiuta di fornire una nuova strumentazione. È il fallimento di un esperimento nato male, raccontato dalle riviste straniere come un flop festival, in articoli tradotti e riportati anche su riviste italiane, come nel caso della recensione di un radiofonico olandese, il quale non si risparmia dal fare battute sulle abitudini e sui modi di fare dei tecnici italiani e, soprattutto, sui comportamenti delle forze dell’ordine:

«Roma 1968, partito come un idealistico tentativo di portare ai giovani europei il meglio della musica pop di tutto il mondo, si è rivelato un disastro finanziario. Le perdite per gli organizzatori americano si dice che ammontino a circa 100.000 dollari (Jerry Fife ha perso la sua intera eredità di 16.000 dollari). Nel Palazzo, e successivamente al Piper Club sono entrati non più di 1000 spettatori paganti. Pazzesco. Le ragioni? Pubblicità scarsa dappertutto. La pubblicità costa un sacco di soldi in Italia, ma giornali come International Times e la stampa underground olandese avrebbe dovuto fare un lavoro migliore (e avrebbero dovuto essere informati molto di più). Abbiamo visto forse 50 olandesi, incluso il personale di una sola radio (noi) e nessuna TV.
E ovviamente l’assurda scelta di Roma. Per quanto riguarda la musica pop l’Italia é talmente indietro. Non esiste una scena underground di alcun genere, che è quello su cui prosperano questi festivals.
Roma é una strana città formale piena di impiegati statali. L’idea che la gioventù sarebbe giunta in auto da tutta l’Europa é stata un tipico errore di valutazione americano. I giovani europei non posseggono automobili. Per farla breve, mi è venuto un nodo alla gola a vedere i Byrds esibirsi per 800 persone, metà delle quali si è messa a chiacchierare per tutto il tempo».


In Italia la cultura rock annaspa ed è parecchio in ritardo rispetto al resto d’Europa; con la pessima esperienza di Roma l’Italia dimostra la mancanza di un vero movimento giovanile di controcultura e una scarsa attitudine alla musica rock, assenza che ha inesorabilmente condizionato qualsiasi tentativo successivo. Tra il 1970 e il 1972 si tengono le tre edizioni del «Palermo Pop Festival», ma il luogo, la poca coerenza nella scelta degli artisti, la massiccia presenza di polizia e il contesto decisamente poco pop sanciscono il fallimento dell’evento e un’altra serie di recensioni ignominiose da parte della stampa europea. Decisamente più fortunati il «Festival della musica d’avanguardia» alle Terme di Caracalla e il «Viareggio Rock», anche se l’orientamento è comunque quello commerciale.

Perché la controcultura e i festival davvero alternativi arrivino in Italia occorre attendere l’iniziativa di «Re Nudo», una rivista milanese fondata nel 1970 da Andrea Valcarenghi e Michele Straniero. Milano è la città italiana più vicina alla realtà europea, una metropoli industrializzata di ampio respiro sociale, dove hanno visto la luce i primi movimenti controculturali. Il primo numero esce come supplemento di «Lotta Continua» per aggirare le leggi del controllo sulla stampa, con Marco Pannella nel ruolo di direttore responsabile. Successivamente la rivista è edita con cadenza mensile e si sviluppa approfondendo tematiche sociali e politiche tra le più disparate: la fabbrica, la scuola, gli istituti psichiatrici, gli avvenimenti esteri, i vademecum per i militanti che dovevano difendersi dalle forze dell’ordine, la situazione degli operai di origine meridionale. A questo si aggiunge un notevole impegno in campo culturale, che trova la sua maggiore espressione nell’organizzazione dei primi «Re Nudo Pop Festival» che riescono a emulare lo spirito di Woodstock.

La prima edizione si tiene il 25 e 26 settembre 1971 a Ballabio, tra i boschi che circondano il Lago di Lecco; la location è raggiungibile solo camminando attraverso i boschi e in questo modo gli organizzatori riescono a ottenere un pubblico di diecimila unità scevro da divisimi, senza ricorrere a biglietti o recinzioni, senza speculare sulla vendita di cibi e bevande, lontano dallo sguardo di turisti e guardoni e mantenendo la purezza del raduno hippy come momento di comunione e non come occasione di spettacolo per chi lo vede ‘da fuori’. L’apice dei «Re Nudo Pop Festival» si raggiunge con l’edizione del giugno 1973, tra i boschi dell’Alpe del Vicerè, in provincia di Como.

Nel frattempo la redazione della rivista è soggetta a vicissitudini e a scissioni interne che portano a uno sviluppo maggiore della componente politica; dal 1974 «Re Nudo» si fa promotrice dei «Festival del proletariato giovanile», il cui intento è quello di riunire il pubblico sensibilizzandolo maggiormente su tematiche politiche e sociali, utilizzando il rock non più soltanto come elemento aggregativo per raduni di ‘pace, amore e musica’. La sede per queste feste è il Parco Lambro di Milano e l’edizione del giugno 1974 registra un totale di centomila presenze. Lo spostamento dei festival da luoghi ‘bucolici’ a una sede urbana é assai significativo e la politicizzazione dell’evento porta a una maggiore confusione tra le varie componenti del pubblico.

Il disastro avviene due anni dopo, nell’edizione che si svolge tra il 26 e il 29 giugno 1976: é una «rappresentazione in scala ampliata dell’impasse evolutiva del movimento giovanile». Il pubblico è numeroso, stimato in centomila presenze giornaliere (quattrocentomila in totale), ma i quattro giorni di festival scorrono tra confusione e violenza diffusa, in un clima da ‘tutti contro tutti’. Il comitato organizzatore ha la sua buona parte di colpa, reo di aver dato una virata piuttosto commerciale al più importante raduno italiano di controcultura, sia per quanto riguarda la modalità di vendita dei biglietti, sia per quanto riguarda la distribuzione di cibi e bevande a prezzi piuttosto alti. La rabbia del pubblico si scarica, a ondate, contro il palco, contro gli stand gastronomici e contro gli incolpevoli supermercati della zona. Ma alla base del diffuso malessere c’é una sorta di implicito rifiuto, da parte del pubblico, del concetto di festa fine a sé stessa: lo spirito di Woodstock è ormai un ricordo sbiadito del passato, sembra far parte di un orizzonte superato e lontano. I ‘proletari ventenni delle periferie’, che dovrebbero rappresentare il nuovo modo di far politica e che sono il target di pubblico del festival organizzato da «Re Nudo», sono tra i più attivi nel saccheggio delle attività alimentari, fino a «essere sorpresi a giocare a calcio con i polli rubati», con mescolanza «tipicamente italiana tra deviazioni fricchettone ed estremismo politico». Gli spazi per le associazioni di omosessuali e per i movimenti femministi sono presi d’assalto, in una bolgia di stupidità e violenza alla quale gli organizzatori non riescono a porre rimedio, mentre sul palco proseguono le performance musicali. Un’analisi piuttosto semplice, ma assai efficace, dei quattro giorni milanesi ci arriva da una testimonianza dei «Circoli del proletariato giovanile»:

«Centomila giovani, con una pesante emarginazione alle spalle, rinchiusi in una cittadella ghetto: il meno che poteva uscirne è quanto ne è uscito. In passato il Parco Lambro era sempre stato “pacifico”, perché il proletariato giovanile era presente come opinione e la funzione di Re Nudo era quella di essere riferimento d’opinione dei giovani. Ma oggi le opinioni servono a poco, é troppo pesante l’emarginazione, l’eroina la vedi strisciare sempre più pericolosamente vicino, hai fame, hai bisogno di costruire anche materialmente la tua autonomia. Oggi il proletariato giovanile ha bisogno di organizzazioni di forza, di organizzare i propri bisogni, e al Parco Lambro nessuno era in grado di organizzare questa domanda politica: Re Nudo no, Lotta Continua ancora troppo vecchia, Circoli ancora troppo giovani».

A ciò si può aggiungere un’altra testimonianza isolata, raccolta nello stesso volume:

«Siamo tutti andati al Lambro cercando negli altri e nella festa qualcosa di indefinito e di migliore che ancora però non ci appartiene e ci siamo trovati davanti la realtà così com’é. Ci si é resi conto che lo stare male individuale é in realtà una condizione tragicamente collettiva. Il Parco Lambro è stato lo specchio fedele della realtà giovanile di classe: solitudine, violenza, miseria materiale moltiplicata per 100.000 giovani, questo ha socializzato la festa. Avevamo da comunicare solitudine e violenza e questo si è comunicato».

Ad ogni modo il fallimento del festival del 1976 segna il capolinea delle manifestazioni musicali organizzate dalla controcultura italiana e, di conseguenza, avvia la fine naturale del ciclo di «Re Nudo», che pubblicherà il suo ultimo numero nel 1980. In un certo senso Parco Lambro funziona anche da ‘termometro’ e segnala quanto accade nel panorama della musica dal vivo nell’Italia di fine anni Settanta: i concerti sono battaglie annunciate, ci si scontra con la polizia, avvengono lanci di bottiglie molotov e tafferugli che oggi appaiono incomprensibili. Alla base di tutto questo c’é la pretesa che i concerti debbano essere gratuiti: l’iniziativa è partita nel 1973 da un massiccio volantinaggio della rivista romana «Stampa Alternativa» ed è usata come arma (e sovente come scusa) per creare scompiglio ai festival, ai concerti e in occasione di qualsiasi ritrovo culturale. L’Italia finisce per essere eliminata dal giro internazionale dei concerti e il rock scompare dalla scena nazionale per alcuni anni. Quella della violenza (non solo politica) è una pandemia che prende di mira chiunque, compresi gli artisti ‘di casa’, persino alcuni politicamente vicini al movimento: De Gregori a Milano nel 1977 subisce un ‘processo pubblico’ e Fabrizio De André in un concerto romano del 1979, dove è accompagnato dalla band bresciana Premiata Forneria Marconi, è soggetto a una pesante contestazione da parte di alcuni giovani.

Tutto ciò condizionerà in maniera pesante non solo l’intero apparato della musica dal vivo, ma anche le opere di tutti quegli artisti che fino a quel momento si erano prodigati a contribuire in maniera attiva alla stagione del canto sociale e politico.

Questo brano è tratto dalla tesi:

DA W. A W. Canzone e cambiamenti sociali da Woody Guthrie a Woodstock

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Informazioni tesi

  Autore: Nicola Cargnoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Luigi Masella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 131

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