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Il genio pascoliano: il riflesso di un'epoca, l'innovazione di una nuova letteratura

Malleabilità della grammatica: abilità espressive

La definizione iniziale di Contini relativa a linguaggio pregrammaticale e postgrammaticale è la base su cui si sviluppa il ragionamento sociologico.
Consideriamo la grammatica come quella serie di regole linguistiche precostituite, grazie alle quali regoliamo i nostri rapporti e ci scambiamo informazioni. Considerato questo, il due linguaggi sopra citati hanno la caratteristica di uscire dalle regole grammaticali, quindi di avere un valore semantico che prescinde da strutture, potremmo dire, da dizionario; il significato delle parole non si incanala in significanti noti: un esempio di questo linguaggio sono le onomatopee, delle quali Pascoli fa molto uso.
Un altro tipo di espressività che caratterizza il poeta risiede nell'uso postgrammaticale della nostra lingua: anche questo rimane al di fuori delle tradizionali regole di sintassi e di grammatica, ma a differenza del primo riguarda parole provenienti da gerghi o linguaggi speciali, non quotidiani: parole che si sono evolute dalla grammatica, posteriori, elaborazioni di questa.
Come nota giustamente il critico, quando si parla attraverso un linguaggio normale "[…] vuol dire che dell'universo di ha un'idea sicura e precisa, […] dove i rapporti stessi […] tra l'uomo e il cosmo sono determinati […]": da questo deriva quindi che avvalersi un linguaggio che sta al di fuori della grammatica significa che il rapporto tra Pascoli e il mondo è da lui vissuto come insicuro. Sappiamo bene come gli avvenimenti più o meno tragici abbiano definito l'identità di Giovanni in modo determinante.
Vorrei qui approfondire questa idea, in particolare analizzando il rapporto uomomondo sopra citato.
Il linguaggio è essenzialmente un'istituzione: è grazie ad esso che ci scambiamo informazioni di vario genere e regoliamo i nostri rapporti; esso trova la sua ratio nella società di un dato tempo e luogo, e contemporaneamente la società da cui deriva scaturisce proprio dall'espressione linguistica che ha permesso forme di organizzazione tra gli uomini.
Non solo: la società definisce ruoli ai quali le persone aderiscono, e sono ruoli dettati da età, sesso, posizione sociale; chiaramente anche se la società offre questi "contratti preconfezionati" non vuol dire che ogni persona che sceglie di adeguarsi ad uno di essi è uguale all'altra, ma semplicemente che quando una persona lo fa ci si aspetta da essa un determinato comportamento - che aiuta gli altri a riconoscere che effettivamente quella persona ha accettato di essere madre, manager, postino …- ed un determinato linguaggio.
Il fatto che Pascoli esprima il contenuto dei suoi pensieri attraverso regole che esulano dalla grammatica è indicativo del fatto che egli non desidera che le altre persone lo identifichino come "poeta classico", e indica soprattutto che non desidera un riconoscimento sociale dato dall'adesione ad un ruolo che sta nelle aspettative degli altri.
Il paradosso è proprio qui: si tratta di un uomo che ha avuto molto a che fare con vari istituti di socializzazione, soprattutto in veste di insegnante a scuola: questo non vuol dire aver accettato di contribuire alla costruzione di questa sovrastruttura sociale, ma essere conscio di dover inserirsi in un contesto collettivamente accettato per trovare un pubblico che potesse ascoltare e capire la sua visione del mondo e della storia le quali, come il linguaggio prescindeva dalle regole grammaticali, trascendevano da un valore meramente descrittivo ed incanalato nelle forme della letteratura più classica.
La socializzazione non è ovviamente una sola: sono istituzioni che la promuovono la famiglia, la scuola, aggregazioni di vario tipo; ogni appartenenza più o meno frequente e più o meno ampia ad un'agenzia di socializzazione influenza e determina la composizione della nostra identità, potenzialmente composta da molte sotto-identità, ognuna riferente ad un certo tipo di regole: insomma nonostante è fuori discussione l'individualità che fa parte di ognuno di noi, il mondo in cui viviamo (oppure il rifiuto ad esso) determina in gran parte chi siamo.
James March, illustre sociologo ed accademico statunitense, ci insegna che "[…] Nella misura in cui l'apprendimento e l'esperienza incrementano la competenza associata a un'identità, esse incrementano simultaneamente la probabilità dell'interiorizzazione dell'identità. […]".
Questo ci indica, nel caso Pascoli, una serie di cose.
Primo: l'esperienza del poeta relativamente alla vita familiare, primo istituto di socializzazione, è stata sia breve che dolorosa. Giovanni rimase definitivamente orfano a tredici anni: ed è questa solitamente l'età in cui un soggetto inizia a trasportare il concetto di appartenenza ad un gruppo al di fuori della cerchia intima e personale. Quest'ultima non ha però dotato il giovane poeta di una forma mentis che gli permettesse sia di crearsi una definita immagine de sé all'interno di una aggregazione, sia di interiorizzare determinate regole e situazioni sociali relative a tali gruppi di interesse: questo il motivo per cui rincorse la laurea per molti anni, questo il motivo per cui fu tanto attirato dai principi socialisti che chiamavano "compagno" anche uno sconosciuto, questo il motivo per cui non riuscì a proporsi in modo completo e sereno ad una donna. […]

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Il genio pascoliano: il riflesso di un'epoca, l'innovazione di una nuova letteratura

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Informazioni tesi

  Autore: Elisa Rossoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Interfacoltà di Comunicazione, Innovazione e Multimedialità
  Corso: Scienze politiche e sociali, studi umanistici, giurisprudenza, ingegneria industriale e dell'informazione
  Relatore: Leonardo Terzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 64

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