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Svalutazioni competitive: un’analisi comparata degli effetti su prezzi e quantità. Il caso italiano

La crisi del debito sovrano e i problemi dell'Unione Economica e Monetaria

Come si è detto, l'ottimismo con il quale era stata accolta l'Unione Economica e Monetaria dagli europeisti più convinti non era giustificato dalla situazione economica dei paesi. La Germania smaltiva le scorie della riunificazione tra due realtà divise per ultimi cinquanta anni, mettendo in moto le sue energie migliori e sottoponendo i cittadini a pesanti sacrifici. Gli analisti hanno stimato che l'unione economica delle "due Germanie" (non ancora perfettamente conseguita) costa ai tedeschi 1.400 miliardi di Euro. Viene attuata imponendo la parità tra il Marco della Germania Federale con il Marco della DDR. Una decisione, quella portata avanti dal cancelliere Helmut Kohl, di grande stampo solidaristico, ma che spinge la Bundesbank a un rialzo dei tassi d'interesse nel 1993 fino al 10%, per contenere l'inflazione derivata dall'immissione sul mercato di nuova moneta e dalle spese pubbliche per l'unificazione.
Si parlava del grande impegno profuso dalla Germania per portare allo stesso livello le sue due componenti territoriali. Con l'Unione Europea in seguito, una Germania forte ed egemone vince la sua battaglia e si mostra "locomotiva d'Europa". Ma ciò che muove questa crescita è anche la possibilità di esportare a un prezzo molto competitivo le merci nei paesi periferici dell'Eurozona, che avrebbero preferito la produzione nazionale all'importazione di beni tedeschi, in presenza di un tasso di cambio meno favorevole alla Germania. In un certo senso la Germania, cui va riconosciuto un rigore e una propensione al sacrificio esemplari per arrivare ai livelli di produttività e competitività odierni, ha tratto un notevole vantaggio dalla moneta unica. Si è affermata, infatti, una società a forte stampo mercantilistico: evitando un eccessivo apprezzamento della propria valuta, che si sarebbe realizzato con un marco tedesco indipendente, i tedeschi hanno da una parte beneficiato sul fronte dell'export, come detto, e dall'altra hanno dovuto sopportare una compressione dei consumi e dei salari reali, accumulando negli anni saldi positivi di partite correnti. I surplus commerciali tedeschi, per contro, hanno facilitato il finanziamento del debito privato (Spagna) e pubblico (Grecia) dei paesi europei debitori.
Pur di fronte al peso di sostenere finanziariamente i paesi in maggior difficoltà, la Germania beneficia dell'appartenenza all'UME. Un'uscita dalla moneta unica potrebbe portare, secondo alcuni analisti, a una sorta di "americanizzazione" della società tedesca. Se ora infatti prevale un modello di stato sociale, caratterizzato da un settore manifatturiero egemone, che richiede forza lavoro stabile e mediamente qualificata garantendo ordine sociale e produttività, l'introduzione di un tasso di cambio determinato dal mercato priverebbe la Germania del dominio che ha in Europa sull'export, sottoponendola alla concorrenza di prezzo dei paesi periferici. Aumenterà la domanda interna e il rilancio dei consumi conseguente alimenterà il debito pubblico. Il paese da esportatore potrebbe trasformarsi in importatore, mutuando la sua economia tipicamente manifatturiera in un'economia prevalentemente a carattere terziario, con un'ampia gamma di posizioni non qualificate e scarsamente pagate, e piccoli cluster di lavoratori specializzati e ben remunerati. Non è detto che i tedeschi apprezzino un cambiamento di questo tipo.
I partner dell'Europa periferica (i cosiddetti paesi "GIIPS", ovvero Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna) hanno dal canto loro mancato una grande opportunità fornita dall'adozione dell'euro. Questo perché la creazione dell'Euro ha fatto credere ai mercati che – se non subito – presto sarebbe stata possibile una convergenza tra le economie dei paesi dell'Unione. Considerati affidabili dunque, i paesi che ora più stanno soffrendo la crisi economica hanno goduto per i primi anni della moneta unica di uno spread sui rendimenti dei titoli di stato quasi inesistente. Osservando il grafico seguente (che delinea il differenziale rendimento dei BTP decennali e degli omologhi BUND tra il 2001 e il 2012) si noterà che lo spread era minimo, proprio perché i mercati si muovono con la presunzione che le due economie, pur con le loro diversità, avrebbero presto preso la strada della convergenza. Per fare un esempio, il 3 luglio 2003 è stato toccato il valore storico minimo dello spread a 3,90 punti, a fronte di una media del periodo di 24 punti.
Dal 2008 qualcosa si è invece rotto. Il crack di Lehman Brothers e la crisi del mercato interbancario hanno fatto capire ai mercati che tutto poteva succedere, e quindi c'è stata una corsa a detenere titoli di maggiore affidabilità. La crisi del debito e dell'economia greci nel 2009 e le difficoltà dei paesi cresciuti grazie a bolle immobiliari e finanziarie (Irlanda e Spagna) hanno ulteriormente accresciuto i problemi nei paesi deboli della zona euro, Italia inclusa. Da una parte i titoli
tedeschi sono stati considerati sempre più affidabili e hanno raggiunto il record negativo dell'1,16% (un rendimento inferiore al tasso medio d'inflazione), dall'altra i titoli italiani si sono visti costretti a pagare fino al 7,22% sul loro debito per scadenza anche a medio termine, non solo a lungo termine. Segno questo di timori di un rischio di default imminente.
Pur non placata, la febbre dei rendimenti sovrani si è attenuata dopo una serie di interventi della BCE.

"Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza".

Intervenendo alla Global Investment Conference di Londra il 26 luglio 2012 il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, dà un importante segnale ai mercati, avvertendo che la BCE sarà prestatore di ultima istanza per le banche e, nel rispetto dei trattati, farà di tutto per salvare i paesi in difficoltà, preservando l'integrità della zona Euro. Da quel giorno, lo spread rispetto ai titoli tedeschi, pur con un'ampia oscillazione, non è più risalito ai livelli del Novembre 2011.
Difficilmente si tornerà a una situazione di spread pressochè nulli, in quanto i mercati hanno capito che il gap tra le due economie è difficilmente colmabile: sul medio periodo è possibile immaginare una convergenza di BTP e BUND su tassi di lungo periodo, con i BUND che dovranno necessariamente portarsi a un livello almeno superiore all'inflazione quando la recessione sarà terminata.
Di fronte a queste prospettive, economisti e politici si chiedono: che senso ha un'unione monetaria a due velocità?

Questo brano è tratto dalla tesi:

Svalutazioni competitive: un’analisi comparata degli effetti su prezzi e quantità. Il caso italiano

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Informazioni tesi

  Autore: Alberto Bagnara
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia & Management
  Relatore: Andrea Fracasso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

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