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Origini ed evoluzione del gatto domestico nel Mediterraneo

Il gatto: un animale pienamente domestico?

Nonostante la specie dei gatti, con le sue varietà selezionate artificialmente, figuri oggi fra i più assidui frequentatori delle abitazioni umane, è tuttavia piuttosto difficile poterla considerare alla medesima stregua di un animale domestico vero e proprio. Sull’effettiva domesticità del gatto, infatti, ci sarebbe ancora molto da discutere. Come ha osservato Delort (1987), al celebre aforisma di Marcel Maus «il gatto è l’unico animale che sia riuscito ad addomesticare l’uomo » si potrebbe aggiungere che, in compenso, la specie non è assolutamente domestica. Il gatto, dunque, rimarrebbe un animale selvatico ammansito. Come la maggior parte dei Felidi, il gatto selvatico è un carnivoro che conduce vita solitaria. La specie presenta come unici contatti sociali quello temporaneo fra partner sessuali e quello, ugualmente temporaneo, tra madri e figli. Il gatto ha un comportamento fortemente territoriale ed
è un cacciatore solitario, attivo anche di notte. Come già detto, il gatto selvatico africano ha la reputazione di lasciarsi addomesticare più facilmente di Felis silvestris silvestris. I principali fattori che influenzano la diversificazione della struttura sociale delle due sottospecie sono da individuare nelle condizioni ecologiche, nel livello di tolleranza specie-specifica rispetto alla densità demografica, nonché nella sua variazione da individuo a individuo e da popolazione a popolazione, e nel differente attaccamento a certe località od aree specifiche. Una situazione del tutto particolare, ad esempio, si verifica per quei gatti che, frequentando l’ambiente antropogenico, si radunano e sfruttano fonti comuni di cibo, formando delle aggregazioni. Gli studi condotti da Messeri nel 1991 sulla popolazione di gatti presente nel giardino di Boboli a Firenze, hanno potuto registrare qualche traccia di struttura sociale solo in un piccolo gruppo di femmine imparentate, composto da una madre, le sue figlie e due figlie di una di queste ultime, dove si è trovata una buona concordanza tra i ranghi per la dominanza sul cibo e quelli per l’aggressività. Anche se di solito fra individui che vivono in comunità tende a stabilirsi una gerarchia di dominanza sociale, per i gatti sembra che per regolare le interazioni sia sufficiente lo status individuale definito sulla base dell’età, del sesso e della condizione riproduttiva, senza che vi sia la necessità e forse neppure l’opportunità di sviluppare un rango individuale all’interno di una gerarchia fra soggetti. D’altra parte, il gatto accetta di vivere in comunità in quelle aree che si mostrano particolarmente ricche di risorse trofiche (sia che queste siano messe a disposizione dall’uomo, sia dall’ambiente naturale), ma non lo adotta come stile di vita. Altre osservazioni condotte nel 1995 da Genovesi et al. in una zona agricola dell’Italia settentrionale, nella regione del delta del Po, hanno permesso di verificare come i gatti rinselvatichiti tendano ad evitare qualsiasi contatto diretto con l’uomo, riproducendosi allo stato selvatico. In assenza di aiuti alimentari da parte dell’uomo, questi animali mostrano abitudini solitarie, basse densità demografiche ed ampi home range, differendo sensibilmente dal comportamento ecologico di altre popolazioni rinselvatichite dell’Europa, del Nord America e dell’Australia. Questi studi dunque confermerebbero che la densità e l’organizzazione sociale dei gatti rinselvatichiti sono essenzialmente influenzate dalla disponibilità alimentare e dalla dispersione sul territorio. Leyhausen (1979) ha osservato che i gatti, anche se aggregati, tendono ad evitarsi il più possibile, e non hanno quindi né la possibilità né la convenienza di sviluppare rigidi e complessi adattamenti propri di uno solo dei due stili di vita estremi, quello solitario e territoriale e quello aggregato e sociale, dato che non dipendono mai completamente da uno solo di questi stili per la sopravvivenza. Il gatto ha infatti sviluppato come specie una grande plasticità di comportamento, da cui dipende un ordine sociale scarsamente modellato. Nell’innegabile successo dell’associazione del gatto con l’uomo potrebbero essere riconosciute le caratteristiche di un’espressione molto pronunciata di commensalismo. Secondo Clutton-Brock (1978), gli animali solitari con un forte senso del territorio e che tendono, da un punto di vista comportamentale, a mantenere le distanze fra gli individui della stessa specie, non sono compiutamente addomesticabili. A differenza delle specie gregarie, questi non hanno bisogno di legami sociali prolungati nel tempo e nello spazio con altri membri della stessa specie, e necessitano di periodi di imprinting più brevi, per cui risulta talvolta impossibile per l’uomo includersi artificialmente nella loro vita. L’ammansimento del gatto è possibile solo quando un esemplare, prelevato dalla madre ancora cucciolo, si specializza nella commensalizzazione con l’uomo, il quale non rappresenta la figura del vero e proprio padrone, o comunque dell’esponente gerarchicamente in posizione più elevata all’interno del branco – come avviene, ad esempio, nel caso dei cani – proprio perché il gatto non tende all’aggregazione in gruppi conspecifici. Il gatto non lavora per l’uomo, che si rivela come una delle tante entità presenti all’interno del territorio della specie. Al pari di queste, anche il padrone viene ugualmente e regolarmente marcato dal felide per stabilire e consolidare il proprio range territoriale. La sua riproduzione è solo occasionalmente controllata dall’uomo e la specie si riproduce abitualmente come un animale selvatico soggetto più alla pressione selettiva imposta dal suo habitat che non a quella della selezione artificiale antropica. Il gatto non può essere definito come un animale domestico nel vero senso del termine perché, oltre alla sua riproduzione, anche la sua nutrizione è spesso indipendente dall’attività dell’uomo. [...]

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Origini ed evoluzione del gatto domestico nel Mediterraneo

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Informazioni tesi

  Autore: Annalisa Miccichè
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze dei beni culturali
  Relatore: Luca Sineo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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