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Le Leggi sul lavoro e la globalizzazione dei mercati

Salari e occupazione nel Terzo Settore

Negli ultimi dieci anni, il Terzo Settore, che come è noto comprende molteplici organizzazioni produttrici di beni e servizi che operano per finalità diverse dal lucro, ha registrato una crescita sia dell’offerta di servizi di utilità sociale che del numero di posti di lavoro creati. Nel 1991, l’occupazione generata dalle organizzazioni no profit era pari a 416.000 unità e solo l’1,1 % del PIL italiano era prodotto da tali organizzazioni. Nel 1999, i dati relativi alla contabilità nazionale riferiscono che la quota del settore no profit sul totale delle unità di lavoro standard era passata al 2.7 %, pari ad oltre 500.000 addetti. Grazie a questa crescita, l’occupazione nel no profit in Italia si è avvicinata alla media europea, superiore al 5 % dell’occupazione totale.
Il persistente gap rispetto alla media europea suggerisce che le potenzialità espansive del settore sono ancora notevoli. Le potenzialità di sviluppo di tale settore sono, tuttavia, oggetto di un acceso dibattito che vede contrapposti critici e sostenitori. Si è sostenuto con particolare enfasi che l’espansione del Terzo Settore si sia accompagnata a forte precarietà delle condizioni lavorative, salari inferiori a quelli medi, e più in generale bassa qualità del lavoro.
Le organizzazioni non lucrative, secondo la visione più critica, tendono a sostituirsi, anziché aggiungersi a quelle private e statali: in questo modo esse non generano nuovi posti di lavoro poiché sottraggono spazi di intervento sia al settore privato no profit che a quello pubblico; inoltre, l’aumento del numero di soggetti produttori di servizi sociali genera, secondo questa interpretazione, un peggioramento della qualità dei posti di lavoro in tutto il settore che, inevitabilmente, si traduce in un impoverimento della qualità dei servizi erogati.
Questo lavoro si prefigge di individuare in modo qualitativo e quantitativo la dimensione e la qualità dell’occupazione nell’ambito dei servizi sociali, settore che assume un peso considerevole nella creazione di posti di lavoro generati da tutto il Terzo Settore. Si procederà quindi all’individuazione dell’esistenza di differenziali salariali tra le diverse organizzazioni produttrici di servizi sociali: pubbliche, private e no profit; inoltre, si assume che i salari siano una misura della qualità dell’occupazione.
Seguendo il contributo pionieristico di Shapiro e Stiglitz, lo sforzo lavorativo di un individuo è strettamente legato al livello salariale secondo una relazione positiva: aumentando il livello salariale si può incrementare anche la produttività dei lavoratori. La modellistica che si basa su tale interpretazione, che viene molto spesso utilizzata come strumento di incentivo in molte organizzazioni produttive sia di beni che di servizi, è nota con il nome di salari di efficienza.
Nelle organizzazioni for profit, la presenza di un elevato grado di dispersione salariale costituirebbe, quindi, un incentivo per i lavoratori ad incrementare il proprio livello di produttività.
Va detto, tuttavia, che, nello svolgimento di particolari mansioni e quindi in particolari organizzazioni produttive, la presenza di compensazioni non monetarie potrebbe assumere un ruolo simile agli incrementi di salario, sostenuto da Akerlof e Yellen. Le compensazioni non monetarie, possono essere combinate alle remunerazioni strettamente monetarie e influenzare in modo positivo lo sforzo produttivo del lavoratore. Tale impostazione suggerirebbe che gli aumenti nei livelli di produttività non siano necessariamente legati solo ai livelli salariali e che l’incentivo monetario potrebbe non funzionare quando si è in presenza di compensazioni non monetarie legate soprattutto al tipo di mansione svolta.
L’utilizzo della modellistica dei salari di efficienza per analizzare le compensazioni non monetarie nel settore no profit assumono l’esistenza di un differenziale salariale a favore del settore for profit e di un più alto grado di equità salariale nel settore no profit.
Le imprese no profit corrisponderebbero ai lavoratori ed ai manager compensazioni non monetarie che allevierebbero il più basso livello salariale. In altre parole, i lavoratori occupati nelle imprese no profit accetterebbero un salario più basso di quello medio, perché essi sono molto più legati al proprio lavoro e perché percepiscono di essere trattati in modo più equo dai responsabili delle organizzazioni; ciò aumenterebbe il grado di motivazione e soddisfazione così da incrementare il livello di produttività. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

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Informazioni tesi

  Autore: Maurizio Giacomo Putaggio
  Tipo: Tesi di Master
Master in "LAVORO E GLOBALIZZAZIONE DEI MERCATI"
Anno: 2008
Docente/Relatore: Elena Fabrizi
Istituito da: Università degli Studi di Camerino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 37

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