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Il decentramento politico-amministrativo (il caso di Latina)

Latina dal dopo guerra ad oggi

Latina è il simbolo della vittoria dell’uomo sulla natura con la totale bonifica della palude e lo stermino dell’anofele: sorge si dal nulla ma rappresenta la grande organizzazione e volontà umana che è stata in grado di darle vita, per questo Latina è essa stessa un monumento. Il risanamento del territorio portò pianura alla nazione, altrimenti povera di zone pianeggianti, e un alleggerimento della pressione demografica presente in zone come il Veneto, l’Emilia Romagna e il Friuli, trasferendo così risorse umane da zone sovraffollate a zone pressoché deserte. Questo ha fatto si che la pianura pontina fosse polietnica, abitata com’è da autoctoni, che prima abitavano sulle colline, e tutti quei coloni venuti dal nord Italia. Il miscuglio di razze ha creato il latinense.

Il nome di “Littoria” era il simbolo di un’epoca, città esaltata da Mussolini come esempio del genio fascista e come tale da radere al suolo dopo la fine della guerra perduta. Nel suo nome molti vedevano il perpetuarsi dell’origine fascista, una sorta di demonizzazione a lunga scadenza. Divenne Latina nel 1945.

Nel 1946 i pionieri scelsero la Repubblica con il 58,37% nell’intera provincia: l’adesione al nuovo istituto era assai poco omogenea, fra zona e zona, mentre l’area settentrionale, 17 comuni tra Aprilia e Terracina, comprese le città di fondazione, puniva la monarchia lasciandole un modesto 33,7%, i 13 comuni dell’area meridionale votavano esattamente l’opposto: la monarchia otteneva il 63,3% dei voti. La campagna che precedette queste elezioni del ’46 fu molto intensa, sanguigna, piena di partecipazione. Per molti quasi una ubriacatura: le piazze si riempivano con la folla che seguiva un discorso dopo l’altro, discuteva, si animava, cominciavano a riattivarsi i partiti, costretti al bando da vent’anni.

Il 28 agosto 1944 un rapporto ufficiale del Prefetto di Littoria alla direzione generale della Pubblica Sicurezza faceva notare: “La situazione politica non presenta per il momento particolari caratteristiche: può solo affermarsi che anche qui stanno sorgendo e si vanno organizzando i diversi partiti”. Presero subito forza, successivamente, i comunisti, i socialisti e i democristiani.
Fernando Bassoli è stato il primo Sindaco ad iniziare la nuova storia del comune di Latina, prima di lui c’era stato il Sindaco del Comitato di Liberazione Nazionale.
[…]
Nei primi anni ’70 Latina si scopre e si pensa come una città che sta in Europa: è la stagione delle grandi idee con il Sindaco Antonio Corona. Il Palazzo della cultura nasce sul Foro del Littorio danneggiato dalla guerra, si progetta la biblioteca Stirling e il Foro Portoghesi, si affrontano temi come quelli delle Terme e del Parco di Fogliano, della chiusura della Centrale Nucleare e della revisione del Piano Regolatore Generale, si pensa all’Università. Delio Redi è l’ultimo Sindaco della DC, con lui i veneti diventano classe dirigente. Senatore della Repubblica con un tale consenso che anticipa di qualche anno il maggioritario. Durante il ventennio Corona – Redi l’intervento della Magistratura fu considerevole: furono indagati assessori, funzionari comunali e gli stessi Sindaci. Illegalità diffuse erano state denunciate all’interno dell’Amministrazione comunale fino a Tangentopoli, poi nel ’93, dopo la caduta della DC e la sfida impossibile della sinistra, con Finestra inizia l’era della destra di governo. Latina non era mai stata di sinistra e istintivamente aveva diffidato dello stesso cartello delle sinistre in cui si era inserita una buona parte della ex DC. Attorno a Finestra fece quadrato la destra autentica che rappresentava l’elettorato moderato della DC, quel fascismo bianco che è stato sempre presente e consistente nella vita politica e amministrativa della città. Il testimone oggi è passato all’On. Vincenzo Zaccheo.

Nata come centro rurale, la città col tempo è venuta assumendo un diverso ruolo rispetto al territorio: posta a 70 Km da Roma, a poca distanza dal mare, irrobustita da dotazioni come le strade di grande allaccio (l’Appia, la Pontina, la statale dei Lepini) la direttissima Roma – Napoli, l’Aeroporto; trascinata in avanti dallo stesso fervore delle immigrazioni, esterne e locali, ha finito per assumere un’indubbia posizione di prevalenza, questa volta però non più imposta, bensì scaturente da fenomeni naturali, pur se quasi sempre spontanea, ossia non prevista e poco guidata dalla mano pubblica. Nella seconda metà degli anni ‘50, parte del territorio della provincia veniva inserito nell’area d’intervento della “Cassa per il Mezzogiorno”, che agiva attraverso un sistema di investimenti per la creazione di una rete infrastrutturale e di paternalistico incentivo finanziario direttamente ai privati per uno sviluppo industriale senza alcuna indicazione di orientamento e di salvaguardia del territorio e delle vocazioni economiche preesistenti; sottratto completamente al sistema di controllo democratico delle autonomie locali (allora largamente incompleto, in assenza dell’istituto regionale, istituito nel 1970).

La sua capacità dinamica emerse chiaramente negli anni ’60, Latina recuperava tutto il gap culturale – formativo e si proponeva leader in alcuni tipi scolastici di cui godeva il monopolio e nello stesso tempo incrementava le sue industrie e le sue attività commerciali. La visione esclusivamente agricola della realtà pontina si frantuma. La società agricolo – patriarcale che si era voluto artificialmente costruire, si sgretola rapidamente al confronto dello sviluppo industriale, portato dalle stesse risorse possedute, la favorevole posizione, la mancanza di vincoli sul territorio. Così quella fase di industrializzazione caotica e avventurosa è accompagnata da un’altrettanto disordinata crescita urbana, che crea ricchezza, ma erode anche preziose risorse: patrimoni demaniali regalati, distruzione della fascia costiera, passaggio di intere classi sociali dall’agricoltura ad altri settori, spostamenti massicci di popolazione. Risale infatti agli anni ’60 il primo vero impetuoso sviluppo edilizio. È anche il periodo in cui si tenta il primo discorso per un necessario aggiornamento del Piano Regolatore Frezzotti, concepito per una società di servizio agricolo e terziario. Ci vorrà un decennio perché il nuovo PRG di Piccinato diventi legge.

Nel frattempo non esiste una vera linea politica per la città. Esiste, invece, una linea di fatto per gli operatori dell’edilizia. Accanto ai pochissimi seri, ci sono molti improvvisatori, avventurosi, speculatori. Non li guida un criterio: né di sviluppo del territorio (si costruisce dappertutto ), né di conservazione di alcuni valori (si abbattono molti edifici della bonifica, compresa la casa del contadino), né estetico, né delle altezze (nasce la città dal profilo a denti di sega), nei colori, nelle dimensioni, nelle ubicazioni funzionali. Le piazze non solo non vengono costruite, ma addirittura vengono cancellate quelle già previste (come piazzale Ruspi) da enormi palazzi – alveari; si guarda al lido non come formidabile risorsa economica, ma solo come strumento di soddisfazione di ambizioni edilizie. Non è la politica a guidare la crescita della città, ma è la politica che si adatta a quella crescita. In pratica, si realizza quello che è ormai consacrato come processo di delega dello sviluppo urbano dai pubblici poteri ai costruttori.

Latina diventa città di “palazzinari”. La spinta all’anarchismo reale nell’edilizia è ormai così forte che né la cosiddetta legge Ponte (del 1967) né le norme di indirizzo e anche di limite dello stesso Piano Regolatore riescono a ricondurre lo sviluppo entro binari di prevedibilità. Viene in misura sempre più prepotente affermandosi il fenomeno dell’abusivismo, in un crescendo che è reso possibile ed anche agevolato dall’Amministrazione comunale e dall’inapplicazione delle norme di salvaguardia, malgrado tutto, esistenti. In pochi anni il territorio comunale fa registrare circa 5.000 casi di abusivismo; quel che è peggio che insieme ai casi di abusivismo individuale, si afferma l’abusivismo da speculazione, che trova nella lottizzazione selvaggia l’espressione più sfrontata e macroscopica.

Le capacità di argine del potere pubblico – nel suo complesso – sono poco più che formali, episodiche, prive di forza reale. Il punto di arrivo di questo periodo, nel quale il lido, la campagna, i borghi e perfino il centro storico sono affidati dalla Amministrazione alla libera gestione dello spontaneismo o della speculazione, è rappresentato dalla legge regionale sulla sanatoria dell’abusivismo. Si cerca allora di restaurare quello che è possibile con l’avvio di un censimento. Tra il ’75 e l’80 vengono progettati e avviati a costruzione sei nuovi grandi quartieri di espansione, caratterizzati dal fatto di essere o di costruzione pubblica (IACP e Centro Direzionale) o di essere guidati dalla mano pubblica, e stavolta con la certezza che dovrebbe venire dalle planimetrie esecutive allegate alle convenzioni tra le cooperative e il Comune. Migliaia di appartamenti destinati a creare la nuova Latina occuparono una parte del territorio verso il mare cancellando la via Lunga, la vecchia strada che collegava Nettuno a Terracina.

Con il ritorno della destra al governo inizia un nuovo periodo. È il momento del ripensamento, il ritorno alle origini. Il mito della fondazione torna prepotentemente sulla scena con il Sindaco Finestra. Se per 40 anni la DC aveva cercato pregiudizialmente di offuscarne la memoria, ora si verifica il contrario.

È doveroso dare un senso all’incompiuto cercando di cancellare le brutture del passato. Ricucire i fili della storia è una necessità per una città che vuole essere comunità, momento di recupero della sua identità e appartenenza, ma questa operazione va fatta senza pregiudizi.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il decentramento politico-amministrativo (il caso di Latina)

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Informazioni tesi

  Autore: Lorella Pigini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Pio Marconi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 212

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