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Il racconto umoristico in Svevo e Pirandello

La linea umoristica in Italia

In Italia per tutto l'Ottocento si assiste a una rilevante presenza del racconto umorista. Questo genere è un genere semiserio che è

«di preferenza legato all'attualità, attraverso la diretta esperienza vissuta da un io protagonista, è un tipo di racconto riflessivo e divagante, decentrato e frammentato, spesso con frequenti inserti dialogici, con un misto di serietà e di brio, di sarcasmo caricaturale e d'imprevidibilità inventiva. Ma la componente fantastica non vi ha funzione evasiva, propiziatrice di lieti fini, bensì disgregante e capricciosa, come smentita ironica delle ordinate certezze».

Nel 1856 il famoso critico letterario, De Sanctis, definì questo genere narrativo con la parola “umore” innalzandolo a forma artistica e in letteratura la sua essenza è la contraddizione.
La natura di questo genere, così diverso dal Classicismo, fu avvertita anche, per fare un esempio, da un’autore come Paride Zajotti, amante dell’ordine e dell’armonia che, nel suo saggio del 1827 “ Del romanzo in generale ed anche dei <‘em>Promessi Sposi’, romanzo di Alessandro Manzoni” sulla Biblioteca Italiana, parla di “romanzi umoristici” ma solo per condannarne la stravaganza e citava già come autori che seguivano questo filone Sterne, Swift e altri, tedeschi come Richter e Tieck.

Nella prima parte del Romanticismo questo genere umoristico (fecondo in area lombardo-piemontese), che ha prodotto delle opere diseguali, ha lasciato alcune tracce nel Conciliatore che sono state accolte con entusiasmo dai suoi collaboratori. Presto però, con lo spegnersi delle aspettative riformiste di questo gruppo di letterati, si dissolse anche questa linea umoristica nell'emarginazione e nel silenzio.
Al versante umoristico si richiama anche per certi aspetti il romanzo storico di Alessandro Manzoni, i Promessi Sposi. La struttura narrativa del romanzo composta di antitesi e di rapporti contrastanti intrasoggettivi frena il caos per inseguire un nesso di razionalità con la realtà. Ma se guardiamo alla prima stesura, nel Fermo e Lucia, si possono riscontrare quelle tracce umoristiche che erano state lasciate nel Conciliatore: l'attenzione sulla narrazione viene dispersa per colpa della forza centrifuga che attraversa il romanzo, come anche inserti saggistici e metanarrativi. Un provvisorio disordine prima della sistemazione definitiva.

Dopo l'affacciarsi timido del genere umoristico, sulla scena ottocentesca italiana, e l'esperienza presto consumata del Conciliatore, si annoverano esemplari isolati tra loro distanti come scelte ideologiche e di valore letterario. Questo non vuol dire che il genere umoristico non sia stato accolto molto bene tra il ceto intellettuale che fece del giornalismo militante il punto di forza di questa produzione. Il giornale quindi doveva assolvere alla sua funzione di propaganda popolare ma lo faceva con una creatività diversa, che avrebbe aperto la strada a una sperimentazione nuova nei decenni successivi. Il compito del giornale consisteva dunque nel coniugare impegno civile e sperimentazione letteraria.

Negli anni trenta gli esempi sono rari, a causa del dominio del romanzo storico, e si possono annoverare opere alternative a questo genere come le Operette morali di Leopardi, sovvertendo la tendenza e i miti spiritualistici del tempo, e almeno il Manoscritto di un prigioniero (1833) di Carlo Bini, traduttore di Sterne. Proprio quest'ultimo, scritto da Bini durante il suo soggiorno nella prigione di Portoferraio, «da voce alla risentita dissidenza intellettuale di un temperamento radicalmente anticonformista».

Il Manoscritto inoltre ha un punto di contatto con le Operette morali, e cioè nella condivisione di temi fondamentali comuni alle produzioni di entrambi e alla condivisione ideologica di un pessimismo materialistico. La scelta precisa di una prosa saggistica, che per alcuni versi richiama quella illuminista, è il segnale del rifiuto al romanzo storico. Ciò comporta il «[…] rifiuto della compensazione immaginativa immessa entro le maglie della vicenda raccontata, allo scopo di pianificare le sconnessioni della storia vera e di medicarne le ferite».

Perciò l'immaginazione viene irrisa come soluzione facile allo scioglimento finale e ogni soluzione romanzesca viene rifiutata.

I modelli di riferimento del genere umoristico sono dei più vari ed eterogenei e questo prova il fatto dell'esistenza di più registri usati che distingue questo filone narrativo. Infatti, l'usura del modello narrativo di Manzoni ha fatto in modo che generi alternativi fossero accolti con i rispetti procedimenti letterari. Un esempio è il genere del Viaggio in cui si fanno sentire gli influssi di Sterne per il gusto al narrare aperto che si svincola dai soliti legami dell'ordine narrativo.
Più tardi, nel decennio di preparazione all'unità d' Italia, l'elenco delle opere umoristiche aumenta, perdendo la sua componente riflessiva di stampo settecentesco per aprirsi al gusto del pittoresco e dell'eccentrico. Si incrementa con opere come: Bozzetti alpini di Giuseppe Rovere (lettore di Heine), Un romanzo in vapore da Firenze a Livorno di Collodi, Antiafrodisiaco per l'amor platonico di Ippolito Nievo, Serpicina e Storia di un moscone di Guerrazzi.

Nel periodo postunitario gli esempi si ramificano sempre di più e gli Scapigliati sono i più inclini ad orientarsi verso questo genere: Dossi, Faldella, Cagna, Imbriani e Tarchetti (Racconti umoristici, del 1869).

Quindi, si può osservare che, nell'Ottocento, il filone umoristico si snoda lungo un percorso disomogeneo e irregolare e si sottolinea la sofferenza dell'io narrante del vivere contemporaneo. Così infrange le regole della logica razionale grazie all'intreccio del comico con il tragico. Non importa più il racconto e il suo ritmo ma l'excursus, la cura e la riflessione per i dettagli, l'aforisma e l'analisi fisiologica emotiva del personaggio narrante. L'autore non pretende di dare ordine al reale ma di presentarlo nella sua complessità. Proprio in questa età di transizione, gli scrittori umoristi scelgono di assegnare all'ironia una funzione etica e pedagogica.

La storia di questo genere è ancora troppo frastagliata e altalenante da poterla considerare alternativo alle vie maestre della nostra narrativa ottocentesca; molti scrittori sono stati non professionisti e dilettanti (Dossi).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il racconto umoristico in Svevo e Pirandello

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Informazioni tesi

  Autore: Dora Pennacchi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lettere
  Relatore: Roberta Colombi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

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